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In Iran il boia non si ferma mai, pure il rap finisce al patibolo

L’Iran continua la sua opera di repressione del dissenso all’interno del Paese. Ultimo a farne le spese, con la vita, sarà il rapper Toomaj Salehi. Il 32enne è stato condannato a morte per il suo coinvolgimento nelle proteste che hanno travolto l’Iran nel 2022 in seguito alla morte della 22enne Mahsa Amini, la giovane arrestata il 13 settembre 2022 dalla polizia religiosa nella capitale iraniana, dove si trovava con la sua famiglia in vacanza, a causa della mancata osservanza della legge sull’obbligo del velo. Mahsa, condotta in un centro di detenzione, morì dopo tre giorni di coma all’ospedale Kasra di Teheran, presumibilmente dopo esser stata picchiata dagli agenti.

L’avvocato del cantante ha definito “senza precedenti” la decisione del tribunale rivoluzionario, che non ha dato attuazione alla sentenza della Corte Suprema iraniana. Quest’ultima infatti a novembre dello scorso anno ha bocciato la condanna a sei anni e tre mesi di carcere emessa appunto dal tribunale rivoluzionario, a cui aveva poi rimandato il caso per eliminare i vizi di forma riscontrati. Per questo Salehi era stato scarcerato su cauzione: dopo appena 12 giorni di libertà, per aver pubblicato un video su Internet con accuse alla magistratura iraniana e il racconto di torture subite in carcere, era stato nuovamente arrestato. In Iran nel 2023 sono stati giustiziate almeno 883 persone, due al giorno. Sette di loro erano minorenni. I giornalisti che raccontano le rivolte interne sono stati condannati a una media di più di 10 anni di carcere. Amnesty International in un report di agosto 2023 segnalava la morte di “centinaia di manifestanti”, migliaia di arresti, torture e violenze sessuali in stato di detenzione.

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