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Preferenze finte sulla legge, vittimismo sulla Ciociaria

Martedì, scaduto lo sconto di 6,1 centesimi, il gasolio al self costava in media 2,244 euro al litro, la luce per i clienti vulnerabili era salita del 37,3% e l’inflazione di settembre era volata al 4,2%, con l’Istat, l’istituto di statistica, a ricordarci che nel 2025 quasi una famiglia su tre aveva tagliato sul cibo. Intanto a Taranto si ferma l’altoforno dell’ex Ilva e la spesa sanitaria è…

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La memoria di Gaza, una scena del crimine a cielo aperto

Da mercoledì un rifugio antimissile è un’antichità. Lo ha deciso il ministro israeliano del Patrimonio Amichai Eliyahu(Otzma Yehudit), che ha usato la legge sulle antichità del 1978, scritta per i reperti anteriori al 1700, per dichiarare antichità i rifugi della Route 232 dove il 7 ottobre 2023 secondo Ynet furono uccise 90 persone, e adesso demolire o ridipingere i rifugi senza permesso è vietato perché restino, scrive Ynet, una “testimonianza vivente”.

Mercoledì l’Associated Press ha pubblicato le immagini satellitari di Planet Labs: Rafah, che aveva un quarto di milione di abitanti, è stata cancellata e a tratti l’esercito ne ha spianato perfino le macerie. Di Shujaiya, a Gaza City, restano isolati di case rase al suolo. Aveva ottocento anni. E le demolizioni continuano senza sosta anche dopo il cessate il fuoco di un anno fa, e lo stesso giorno in Cisgiordania i soldati israeliani abbattevano a Nablus cinque monumenti ai “martiri” e a Yaabad un memoriale, secondo l’agenzia France-Presse.

Il 7 settembre la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese aveva scritto che le macerie di Gaza sono “una scena del crimine, un cimitero” che contiene resti umani e prove per le indagini sui presunti crimini internazionali, genocidio compreso, e che chi distrugge quelle prove rischia responsabilità penali internazionali. Una dirigente della Global Sumud Flotilla ha raccontato a Türkiye Today di alberi spezzati e caffè nei motori delle barche in riparazione ad Antalya. Il ministro che vincola i rifugi è lo stesso che il 5 novembre 2023 a Radio Kol Berama indicava la bomba atomica su Gaza come “una delle possibilità”, e che il primo ministro Benjamin Netanyahu (Likud) sospese dalle riunioni di governo “fino a nuovo avviso”. Oggi siede al governo e decide lui quale testimonianza resta in piedi.

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Legge elettorale, già pronti i ricorsi in tutte le Corti d’appello contro il Melonellum. Ecco gli scenari possibili

Il ricorso è già scritto, aspetta soltanto il numero della legge in Gazzetta Ufficiale. Lo ha preparato la Rete per un voto libero e uguale, più di trenta organizzazioni coordinate dal costituzionalista Roberto Zaccaria, che da luglio tiene pronti gli atti e che lunedì, come ha raccontato Lettera43, insieme a Enrico Grosso annuncerà ricorsi presso tutte le Corti d’appello. Basta che un solo giudice ne accolga uno e la legge di Giorgia Meloni finisce davanti alla Corte costituzionale.

La strada è battuta da dodici anni. Nel 2014 la sentenza 1 smontò il Porcellum partendo dall’azione di un gruppo di elettori, e nel 2017 la sentenza 35 cancellò il ballottaggio dell’Italicum e la scelta libera del capolista eletto in più collegi, dopo che i tribunali di Messina, Torino, Perugia, Trieste e Genova avevano mandato gli atti alla Consulta su una legge mai applicata. Alla Camera il governo ha chiuso la partita con tre fiducie, per sottrarsi ai franchi tiratori che a luglio avevano mandato sotto la maggioranza 188 a 187 sulle preferenze, il metodo di chi teme i propri deputati. Alla Consulta niente fiducia.

Legge elettorale: il nodo delle firme

Il punto più esposto sono le firme. Chi non ha un gruppo parlamentare costituito entro il 31 dicembre 2025 dovrà raccoglierne 6.000 in ogni collegio plurinominale, contro le 1.500 che bastano a chi in Parlamento c’è già, e su 75 collegi fanno 450 mila sottoscrizioni: in Molise e in Basilicata, come ha ricostruito il Post, si supera l’1 per cento degli elettori. Nessun Paese europeo pretende tanto, ha verificato Pagella Politica. È uno sbarramento occulto scritto da chi sta dentro per chi resta fuori, e un giudice dovrà dire se l’articolo 49 e l’articolo 51 valgono anche per chi oggi non siede a Montecitorio.

Poi c’è il listone del premio, 70 deputati e 35 senatori decisi a livello nazionale dalla coalizione e spezzettati sulle schede per circoscrizione, così che ognuno veda solo i nomi del proprio territorio e alla fine passino tutti. Il Post l’ha definita una “ripartizione di comodo”, costruita per schivare la Corte che dal 2014 pretende candidati riconoscibili. Al Senato l’espediente rischia di rompersi sull’articolo 57, che vuole l’elezione su base regionale, perché il premio porterebbe a Palazzo Madama senatori anche delle regioni dove la coalizione ha perso, ed è esattamente lì che, secondo il Post, giuristi non tutti ostili al governo si aspettano la sforbiciata.

Il premier sul modulo, le donne fuori dai capilista

Il nome del candidato premier va depositato insieme al simbolo, pena l’inammissibilità delle liste, e i 120 professori di diritto costituzionale della lettera di maggio, come riportò l’Espresso, lo ritengono in contrasto con l’articolo 92, che affida al Quirinale la nomina del governo. Le candidate perdono la quota del 40 per cento fra i capilista bloccati, i primi a entrare, e secondo le simulazioni riprese dal Post la presenza femminile in Parlamento scenderebbe dal 33 a circa il 15-20 per cento. Grosso, in audizione alla Camera il 13 maggio, aveva richiamato il Codice di buona condotta in materia elettorale della Commissione di Venezia, che sconsiglia di toccare l’impianto del voto nell’anno che precede le elezioni: qui da noi lo si riscrive a meno di un anno dalle urne. E con la fiducia.

Resta il calendario. La sentenza potrebbe arrivare entro febbraio, prima di elezioni attese fra primavera e autunno (per l’Italicum, dalla prima ordinanza di Messina all’udienza del 24 gennaio 2017, passarono undici mesi). Tecnicamente, ci sarebbero i tempi per rimediare, correggendo la legge sulla scorta della decisione della Consulta. Sempre che il Presidente della Repubblica non abbia già sciolto le Camere. Per questo, la data del voto diventa una questione cruciale. Comunque vada, la maggioranza ha speso un anno a blindare la legge contro i propri deputati e l’ha lasciata scoperta proprio lì dove nessuna fiducia arriva. Il ricorso aspetta da luglio, e chiamarla Stabilicum è stato un atto di fede.

Leggi anche: Via libera alla nuova legge elettorale. Le opposizioni gridano alla truffa

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Gaza, giornalisti e terroristi: la lista delI’Idf sbiadisce alla prova dei fatti. Zero prove su almeno 113 cronisti uccisi

Per l’esercito israeliano anche il fratello di un uomo picchiato da Hamas militava in Hamas. Omar Abd Rabou, a Gaza, è un critico dichiarato del movimento islamista e l’anno scorso, stando a quanto ricostruisce +972 Magazine, sarebbe stato rapito e aggredito da uomini legati all’organizzazione. Suo fratello Mohammed, giornalista iscritto al sindacato di categoria, scrive Omar, adesso è uno dei 170 nomi di The Press Files, la lista dei giornalisti uccisi e bollati come terroristi che l’esercito ha messo online il 1° ottobre: sulla sua pagina mancano necrologi, foto e tessere militari, resta la formula “sulla base di molteplici fonti di intelligence”. Insomma, fidatevi.

Giornalisti terroristi, la lista Idf alla prova dei fatti

La lista l’ha smontata Muhammad Shehada, analista di Gaza e visiting fellow dell’European Council on Foreign Relations, su +972 Magazine, e i numeri fanno il lavoro da soli: 59 pagine sono prive di qualsiasi prova, in altri 42 casi la prova è inconsistente, in 19 la prova è una foto con un fucile in mano, come se una posa bastasse a fare un combattente. Per Anas al-Sharif l’esercito presenta documenti che lo fanno capogruppo nel 2019, poi soldato semplice “sospeso” nel 2023 e poi incursore d’élite con l’udito compromesso, e per Ismail al-Ghoul i primi documenti dicevano che era un combattente a dieci anni, i nuovi dicono che è stato reclutato a diciassette. Perfino un ricercatore di HonestReporting, che da anni accusa i giornalisti di Gaza, ammette che per 102 nomi su 170 i dettagli crollano.

Poi c’è l’aritmetica, ed è lì che la propaganda si inceppa. Le prove più solide sono 49 necrologi attribuiti a Hamas e alla Jihad islamica, e dei 170 nomi soltanto 78 compaiono nel database del Committee to Protect Journalists (Cpj), che ne conta 191: anche prendendo per buona ogni riga della lista restano almeno 113 giornalisti uccisi contro cui l’esercito ha zero accuse.

La grancassa italiana

Da noi la lista è arrivata con il timbro dell’ufficialità. Il 6 ottobre Mosaico, il giornale della Comunità ebraica di Milano, titolava “Tzahal rivela” e rilanciava come notizia le “prove verificate” rivendicate dall’esercito. Il terreno lo aveva arato il 2 luglio il Foglio, con un titolo che faceva ammettere al Cpj di aver contato “terroristi con la pettorina Press” e la formula del ministero degli Esteri israeliano riportata senza obiezioni, “giornalisti di Gaza = terroristi”. Peccato che il 24 settembre il Cpj abbia chiuso la revisione: 22 nomi tolti, 6 reintegrati, Israele ancora responsabile di gran lunga della maggioranza delle uccisioni di giornalisti nel mondo dal 2023. Bella ammissione.

Gli appelli e la sedia vuota

Le associazioni che contano lo ripetono da tre anni, inascoltate. A gennaio il Cpj e Reporters sans frontières hanno scritto ai ministri degli Esteri di 29 governi per sostenere la Foreign Press Association, che dal settembre 2024 chiede alla Corte suprema israeliana di aprire Gaza alla stampa straniera e ha incassato quella che Al Jazeera ha contato come la nona proroga concessa al governo. Qui l’Ordine dei giornalisti ha raccolto le firme dei direttori per l’accesso a Gaza e l’Usigrai ha dovuto annotare che in Rai aveva aderito il solo Tg3.

L’Italia, del resto, quella richiesta l’ha firmata: nell’agosto 2025, con altri 26 Paesi della Media Freedom Coalition, ha esortato Israele a consentire “l’accesso immediato ai media stranieri indipendenti”. Quattordici mesi dopo il divieto entra nel quarto anno. E l’esercito che lo impone pubblica liste di colpevoli che nessun giornalista straniero può andare a controllare. Nei giorni scorsi, racconta +972 Magazine, un portavoce militare atteso da Piers Morgan per un confronto con Mehdi Hasan ha disertato e Hasan ha parlato a una sedia vuota: la stessa su cui siedono, con la firma in tasca, i governi che dovevano pretendere che Gaza fosse aperta.

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Altro record di Meloni: 130 fiducie, top tra i governi politici. Pure sulla legge elettorale per la quale la premier gridava al bavaglio

Per far approvare una legge che ha voluto chiamare Stabilicum, il governo Meloni ha messo in palio la propria sopravvivenza tre volte in due giorni, e il bersaglio delle tre questioni di fiducia votate martedì e ieri alla Camera dei deputati sedeva nei banchi della sua stessa maggioranza. Sulla fiducia si vota per appello nominale, a viso scoperto. A luglio, nel segreto dell’urna, l’emendamento di Fratelli d’Italia sulle preferenze era caduto per un voto, 188 a 187, con una parte della destra a votare contro la premier. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni il 16 settembre l’ha chiamata «un fatto di chiarezza». È una conta dei suoi, ed è umiliante.

Il conto lo ha fatto Pagella Politica: dal 22 ottobre 2022 l’esecutivo ha posto 130 questioni di fiducia, una ogni 11 giorni, e dal 2008 hanno fatto peggio soltanto i governi di Mario Monti e Mario Draghi, con una fiducia ogni 8 e ogni 10 giorni. Erano governi tecnici retti da maggioranze cucite fra partiti che il giorno prima si combattevano, e la fiducia teneva insieme la stoffa. Meloni guida invece la coalizione che ha vinto le elezioni del 25 settembre 2022, eppure fra i governi sostenuti da maggioranze politiche è la prima, ha calcolato ancora Pagella Politica, davanti al secondo governo di Giuseppe Conte.

Governo record di fiducie

Sulle fiducie altrui la destra ha scritto una piccola antologia, e Pagella Politica l’ha messa in fila: il 7 maggio 2014 Meloni accusava il governo di Matteo Renzi con un “Renzi imbavaglia il Parlamento” alla sesta fiducia in tre mesi, mentre il quarto governo di Silvio Berlusconi, di cui era stata ministra, nei primi tre mesi del 2008 ne aveva chieste 5; il 30 aprile 2015, sull’Italicum, il capogruppo Fabio Rampelli (FdI) bollava come «pacchiano» il ricorso alla fiducia e il deputato Gaetano Nastri (FdI) avvertiva l’aula che «l’abuso dello strumento della fiducia denuncia una debolezza politica gravissima». Rampelli oggi è vicepresidente della Camera, e la debolezza politica gravissima ha solo cambiato indirizzo.

Il 10 ottobre 2017, quando Paolo Gentiloni blindò il Rosatellum, Ignazio La Russa (FdI) alzò in aula un cartello con scritto “Hablamos?” e, secondo le ricostruzioni di Pagella Politica e de La Notizia, Meloni trovava “semplicemente scandaloso” approvare con la fiducia una legge elettorale “impedendo al Parlamento di discutere”, e chiedeva dove fosse il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La Russa oggi presiede il Senato. Il 21 settembre 2021, davanti a 4 fiducie di Draghi in 48 ore, la leader di FdI ripeteva, registrò Pagella Politica, che «il Parlamento è mortificato».

Le fiducie di Draghi, con dentro i ministri

Gli alleati hanno una memoria ancora più corta. Lega e Forza Italia, i partiti guidati da Matteo Salvini e Antonio Tajani, sedevano con i loro ministri proprio nell’esecutivo Draghi, quello da un voto blindato ogni dieci giorni. Il Post raccontò che nell’ottobre del 2014, durante la fiducia al Jobs Act, il capogruppo Gian Marco Centinaio (Lega) lanciò il regolamento addosso al presidente del Senato Pietro Grasso. Nel 2021 Centinaio è diventato sottosegretario all’Agricoltura di Draghi e dal 2022 è vicepresidente di Palazzo Madama.

Il precedente che pesa di più però è un altro. Nel 2017 fu il capogruppo del Partito democratico Ettore Rosato a chiedere la fiducia sul Rosatellum per sottrarre il testo ai franchi tiratori nei voti segreti sugli emendamenti, cioè per la stessa ragione che oggi muove la premier: allora era la fragilità di un accordo trasversale, adesso è quella di una maggioranza che ha vinto le elezioni e teme i suoi stessi eletti. Nastri, del resto, la diagnosi l’aveva già scritta.

Così il voto finale, a scrutinio segreto, rimaneva l’unico passaggio della settimana in cui i deputati della destra potevano dire cosa pensano della legge della loro presidente del Consiglio senza che nessuno li conti. Hablamos, appunto: al buio.

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Cause bavaglio, perfino la Bulgaria batte l’Italia: recepita oltre il minimo previsto la direttiva Ue anti-Slapp sulle liti temerarie

Settantunesima su 180 nell’indice della libertà di stampa di Reporter senza frontiere (RSF), la Bulgaria è il Paese dove un cronista di Burgas ha ricevuto dieci cause per diffamazione dello stesso imprenditore in due giorni lavorativi e si è visto congelare i conti, come ha denunciato RSF ad aprile.

Eppure è stata proprio la Bulgaria, il 30 settembre, a votare la legge contro le cause bavaglio (le Slapp, azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica) estendendo la tutela alle cause tutte interne e ai processi già in corso, oltre il minimo della direttiva. Stava nell’elenco dei 14 Stati messi in mora dalla Commissione europea il 15 luglio. Ha risposto con una legge. L’Italia, nello stesso elenco, ha risposto con un decreto che chiede il passaporto al querelante.

Cause bavaglio, la tutela con la dogana

La direttiva (Ue) 2024/1069 andava recepita entro il 7 maggio 2026 e il governo di Giorgia Meloni ha presentato lo schema di decreto solo il 9 luglio, con la tutela più stretta possibile: vale per le sole cause civili transfrontaliere, mentre l’articolo 17 lascia fuori i processi già in corso. La scelta era annunciata, perché già a gennaio la presidente del Consiglio aveva parlato di un recepimento per i soli casi transfrontalieri. Peccato che le cause transfrontaliere siano state il 9,4% dei casi europei fra il 2010 e il 2023, secondo l’Ordine dei giornalisti sui dati della Coalition Against Slapps in Europe (Case). Insomma, è protetto il cronista querelato da un’impresa con sede all’estero. Chi finisce in tribunale per mano del sindaco che ha raccontato ovviamente si arrangia.

Per Case Italia, con questo testo oltre il 90% delle Slapp italiane resta senza alcuna protezione. La rete con Article 19 ha definito la proposta una trasposizione “simbolica, tardiva e inefficace”, l’Ordine dei giornalisti ha scritto alla Camera di “un’occasione persa” e perfino la presidenza della commissione Giustizia del Senato ha chiesto al governo che il criterio transfrontaliero sia ricalibrato, ha riportato il consorzio Media Freedom Rapid Response (MFRR). Ad agosto, ha scritto Transparency International Italia, le commissioni hanno chiuso il loro parere, che non vincola nessuno, e il testo è tornato al governo per il via libera definitivo.

Quindici posti in tre anni

Secondo i rapporti di Case l’Italia è il Paese europeo con più Slapp per il secondo anno di fila. E a querelare, annota l’Mfrr, sono troppo spesso alte cariche pubbliche, cioè proprio chi il giornalismo dovrebbe controllare. Nel 2025 l’osservatorio Ossigeno per l’informazione ha contato 93 giornalisti colpiti da cause che erano palesemente infondate, e su dati del ministero della Giustizia l’80% delle querele e delle cause per risarcimento finisce in archiviazione o assoluzione: nel frattempo un freelance da 17.000 euro lordi l’anno si vede chiedere spesso dai 100.000 euro al milione, riferisce l’Ordine. Il conto lo paga chi scrive, anche quando vince.

Nell’indice di RSF letto da Pagella Politica l’Italia era 41ª nel 2023 con 72,05 punti ed è 56ª nel 2026 con 65,16: quindici posti persi in tre edizioni, tutte uscite con Meloni a Palazzo Chigi. Il Rapporto sullo Stato di diritto 2026 della Commissione registra l’assenza di progressi sulla riforma della diffamazione e il monitoraggio 2025 dell’MFRR conta 118 violazioni. Poi c’è la premier. Roberto Saviano è stato condannato a 1.000 euro di multa per averla diffamata nell’ottobre 2023, e Domani ha scritto che il suo avvocato chiedeva 75.000 euro di risarcimento e che la querela è rimasta in piedi anche quando lei era già al governo.

A Burgas un cronista con i conti congelati ha appena ottenuto dal suo Parlamento una legge che lo tutela. A Roma il governo scrive una legge che tutela chi viene querelato da oltre confine. La querelante più celebre del Paese intanto siede a Palazzo Chigi.

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Gasolio e sanità, il governo Meloni vive di cerotti e propaganda

Il governo ha ragione su un numero, uno solo: il fondo sanitario del 2026, 142,9 miliardi, è il più alto di sempre in valore nominale. Ieri alla Camera la Fondazione Gimbe gli ha messo accanto il resto, e il re è rimasto nudo: tra il 2023 e il 2026 il Servizio sanitario nazionale ha avuto 18,8 miliardi in meno di quelli che avrebbe ricevuto tenendo la quota di ricchezza nazionale del 2022…

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Colpiti 65mila obiettivi su 100mila: Israele festeggia i successi a Gaza

Sessantacinquemila. Sono in cifra tonda gli obiettivi colpiti nella Striscia di Gaza su circa 100.000 in tre anni: ieri, per l’anniversario del 7 ottobre, l’esercito israeliano ha messo in fila i propri successi in un rendiconto pubblico e ci ha infilato anche una quarantina di nuovi avamposti nella Striscia, secondo il Times of Israel.

Nelle stesse ore l’ospedale Al-Shifa di Gaza City ha contato due morti di un attacco israeliano, e uno dei due era un volontario della Protezione civile, il servizio che a Gaza scava fra le macerie per recuperare i corpi. La settimana scorsa, racconta l’Associated Press, una squadra di ricerca è arrivata a casa di Haneen al-Khodari a Gaza City, dove dal dicembre 2023 diciassette suoi familiari restavano sotto le rovine, e dopo otto ore di scavo ha trovato i resti di un bambino piccolo e due ossa. Poi la ricerca è stata chiusa. Il ministero della Sanità di Gaza conta oltre 74.000 palestinesi uccisi e più di 1.400 da quando, un anno fa, è entrato in vigore il cessate il fuoco.

Ad aprile Amnesty International scriveva che Israele, a sei mesi dal “cosiddetto” cessate il fuoco, continuava a infliggere deliberatamente ai palestinesi di Gaza condizioni di vita calcolate per distruggerli fisicamente, la condotta che l’organizzazione chiama genocidio, e ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scritto che le operazioni israeliane a Gaza hanno provocato “una devastazione umana e materiale di intollerabile gravità”. Gli obiettivi l’esercito li conta a decine di migliaia, e a casa al-Khodari il conto sta su un telo di plastica, con l’etichetta “ossa miste”.

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Perfino il padre dell’Ihra boccia il ddl antisemitismo

L’avversario più autorevole della legge italiana che sta per adottare la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance, l’IHRA, è l’uomo che quella definizione l’ha scritta. Kenneth Stern, avvocato americano e oggi direttore del Bard Center for the Study of Hate, nel 2004 guidò la stesura della definizione per l’American Jewish Committee. Intervistato da Federica D’Alessio per Kritica, ha detto al Parlamento italiano quello che nessun emendamento delle opposizioni era riuscito a dire con la stessa nettezza: se uno Stato usa una definizione per stabilire cosa sia lecito dire su questioni politiche, «questo è maccartismo». Ai difensori della legge resta poco da dire.

Il testo è la proposta A.C. 2830, approvata dal Senato il 4 marzo 2026 con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti. La commissione Affari costituzionali della Camera ha chiuso l’esame il 30 settembre senza cambiare una virgola, e l’Aula ha avviato la discussione generale venerdì. Il voto definitivo dovrebbe arrivare nella prima metà di ottobre, dopo la legge elettorale. L’articolo 1 adotta la definizione approvata a Bucarest il 26 maggio 2016, “ivi inclusi i relativi indicatori”: proprio la parte che il suo autore chiede di tenere lontana dalle leggi.

Nata per contare, usata per zittire

Stern dice la stessa cosa da quasi dieci anni, e la dice nelle sedi più alte che ci siano. Il 7 novembre 2017 era davanti alla commissione Giustizia della Camera dei rappresentanti di Washington per opporsi all’Antisemitism Awareness Act, che voleva usare la sua definizione nei campus.

Nel dicembre 2019, dopo l’ordine esecutivo con cui Donald Trump la applicava alle università, scrisse sul Guardian che la sua definizione non era mai stata pensata come codice contro i discorsi d’odio. Il 17 settembre 2024 ha portato le stesse obiezioni alla commissione Giustizia del Senato americano. La definizione serviva a chi raccoglie i dati, a confrontare gli episodi da un Paese all’altro e da un anno all’altro. Contare, insomma. La stessa IHRA la presenta come “non giuridicamente vincolante”, e lo riporta perfino il dossier del Servizio studi del Senato. Eppure la legge la mette alla base della Strategia nazionale, che dovrà arrivare nelle scuole e nella formazione delle forze di polizia.

Il guaio sta negli esempi. Sono undici e sette riguardano lo Stato di Israele: il conto l’ha messo nero su bianco anche il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti nella mozione del 31 marzo, con cui ha smesso di usarli e ha scelto come riferimento la Dichiarazione di Gerusalemme. Stern, nell’intervista, racconta che fine fanno quegli esempi quando finiscono in mano a chi governa.

In Germania sono serviti a bollare come antisemiti ebrei che protestavano per Gaza, e lui stesso cita il commento di chi ha trovato ironico che proprio Berlino torni a stabilire cosa significhi essere un buon ebreo. Nel Regno Unito, dice, sono stati usati contro manifestazioni che definivano Israele uno Stato di apartheid. In Australia, racconta ancora, un’associazione di operatori sanitari li applica, e un post su Gaza rischia di costare la licenza a un medico. La legge che dice di proteggere gli ebrei, a guardarla da vicino, sceglie quali ebrei proteggere.

Il rimedio che Stern boccia

Qui il discorso si fa scomodo anche per chi la legge la combatte. Il Partito democratico, che in Senato si era astenuto, ha legato il suo sì alla Camera alla sostituzione della definizione IHRA con la Dichiarazione di Gerusalemme. È il testo firmato nel 2021 da circa duecento studiosi di antisemitismo, Shoah e Medio Oriente. Stern la nomina, insieme alla definizione del progetto Nexus, e scarta l’una e l’altra nella stessa frase: nessuna di queste, dice, dovrebbe servire a uno Stato per decidere cosa si può dire in politica.

E racconta dei deputati repubblicani che a Washington la definizione la volevano ma senza l’esempio sugli ebrei accusati di aver ucciso Gesù, perché quello toccava le loro convinzioni. Per Stern è la prova che in gioco c’è la libertà di parola, e che ognuno la vorrebbe tagliata sulla misura delle proprie idee. Il problema sta nella pretesa di fissare per legge una visione ufficiale di Israele e del sionismo, qualunque sia il testo scelto. La toppa proposta dal centrosinistra lascia intatta esattamente quella pretesa.

Secondo Amnesty International, l’Italia sarebbe il primo Paese dell’Unione europea ad avere una norma del genere. Stern aggiunge la parte più amara: ogni volta che si danneggia la democrazia l’antisemitismo cresce. Intanto la caccia alle definizioni distrae da quello vero, il complottismo che a Charlottesville nel 2017 marciava gridando che gli ebrei non li avrebbero sostituiti, e che per farsi riconoscere non ha mai avuto bisogno di indicatori. L’uomo che ha scritto la definizione chiede al Parlamento di non farne una legge. A Montecitorio la maggioranza si prepara a votarla lo stesso, con la sua definizione e senza la sua opinione.

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Affitti brevi, l’Affordable Housing Act arriva a Strasburgo: la destra difende i proprietari partendo dalla Spagna in piazza

Centosettantotto contro centosettantadue: con sei voti di scarto, venerdì scorso, il Congresso dei deputati spagnolo ha affossato il primo dei due decreti sulla casa del governo di Pedro Sánchez, quello che sospendeva gli sfratti delle persone vulnerabili senza alternativa e concedeva agli inquilini una proroga dei contratti fino a due anni, e a votare contro sono stati il Partido Popular, Vox e gli indipendentisti catalani di Junts. Il secondo è caduto subito dopo, 184 no contro 166 sì. Fuori dall’aula gridavano «vergogna» e «sciopero generale».
I decreti portavano il nome di Maricarmen, la donna di 87 anni sfrattata a fine settembre a Madrid dalla casa in cui viveva da decenni, e da quello sfratto è partito un movimento che il 26 settembre ha portato in piazza 25.000 persone secondo la Delegazione del governo, 300.000 secondo il Sindicato de Inquilinas, e che lo scorso fine settimana ha convocato cortei in oltre 50 città. Secondo l’Associated Press l’affitto medio in Spagna è quasi raddoppiato in dieci anni. Dopo il voto Sánchez ha deciso per il ritorno anticipato alle urne il 29 novembre. In Spagna, insomma, la casa è diventata la questione che fa cadere un governo.
Affitti brevi: il commissario che citava Madrid
Martedì a Strasburgo è arrivato in Plenaria l’Affordable Housing Act, il regolamento presentato dalla Commissione europea il 9 settembre per dare a sindaci e governi uno strumento contro affitti brevi, seconde case e alloggi sfitti nelle zone sotto pressione, e il commissario europeo all’Energia e alla Casa Dan Jørgensen, presentandolo, aveva scelto proprio la capitale spagnola come esempio, con affitti saliti del 75 per cento in dieci anni, come riportava Eu Perspectives.
Il testo lascia ogni amministrazione libera di restare ferma. Chi vuole limitare gli affitti brevi deve prima dimostrare che hanno colpito in modo significativo l’accesso alla casa per almeno tre anni, e in aula Jørgensen ha concesso perfino che affitti brevi, seconde case e immobili sfitti «non sono la causa principale» della crisi. Più prudenti di così si muore di prudenza.
Eppure i popolari hanno chiesto di «rivedere profondamente il testo» e la destra lo ha trattato come un esproprio. Antonella Sberna (FdI-Ecr) ha detto che la Commissione «ha scelto lo strumento sbagliato» e ha indicato come modello quelli del governo Meloni, Isabella Tovaglieri (Lega-Pfe) ha spiegato che l’emergenza «non si risolve cancellando la proprietà privata», che il regolamento del resto nemmeno sfiora, Marco Falcone (FI-Ppe) ha invitato il commissario a «concentrarsi sulle reali priorità» e perfino Elisabetta Gualmini, da Renew, ha reclamato «meno ideologia». Già alla presentazione, come aveva scritto Sberna parlava di “un atto illiberale” e Tovaglieri di “follia inaccettabile”. Per un permesso con l’onere della prova a carico dei sindaci.
La stessa famiglia
Il partito che venerdì ha affossato i decreti a Madrid siede a Strasburgo nello stesso Partito popolare europeo di Forza Italia, e la ricetta dell’Eurocamera sulla casa, il rapporto della commissione speciale votato il 10 marzo, porta la firma di un popolare spagnolo, Borja Giménez Larraz: costruire di più, semplificare, attirare gli investitori privati, come aveva ricostruito Eunews. Dopo il voto il leader del Pp Alberto Núñez Feijóo ha liquidato i decreti come una scusa per aiutare Sánchez e ha aggiunto che a Natale nessuno vuole il premier, secondo il resoconto dell’Espresso.

Solo che in quelle piazze si chiedeva di restare subito nella casa in cui si vive, e lo si chiedeva a una destra che a Madrid ha tolto la proroga agli inquilini e a Strasburgo vuole togliere ai sindaci perfino il permesso di provarci. Sei voti sono bastati a Madrid. A Strasburgo popolari e patrioti contano ancora di arrivare a Natale con le chiavi in tasca.

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