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Giulio Cavalli

La Terra dei Fuochi e gli inutili proclami

terra-fuochiSarà che sono uno sporco comunista ma quando ho letto del “decreto per la Terra dei Fuochi” sui roghi in Campania ho subito pensato alla brutta aria che tira quando il decisionismo di Governo diventa più che altro una legittimazione di uno stato d’emergenza continuo e una militarizzazione del territorio. Ho anche pensato che dovrei essere più propositivo e ottimista. Oggi, leggendo le riflessioni degli amici di A Sud leggo che anche i comitati sono abbastanza preoccupati:

Coordinamento comitati fuochi: “C’è un problema di democrazia in quanto questo decreto non è stato prodotto, come richiesto, con strumenti di partecipazione popolare. Non ne conosciamo quindi i contenuti. Abbiamo chiarito che se prevede l’uso dell’esercito non siamo d’accordo. Sull’inasprimento delle pene per i reati ambientali ci auguriamo che vada a punire i mandanti e non solo gli esecutori materiali. Lo studieremo e lo vaglieremo nel merito con i nostri tecnici”.

Rete Commons: “Riteniamo questo decreto privo della legittimità popolare che il 16 novembre in piazza ha espresso la chiara necessità di un processo democratico per intervenire sulla questione senza decreti e senza leggi speciali. Siamo contro un provvedimento che prevede l’invio dell’esercito, la militarizzazione del territorio – già vista negli anni dell’emergenza rifiuti con pessimi risultati – , siamo contro un decreto che non entra nel merito del ritiro del bando dell’inceneritore di Giugliano, siamo contro un decreto che non prevede il controllo dei comitati sulle bonifiche, siamo contro un decreto che non tutela l’agricoltura di qualità e lascia i contadini dei terreni inquinati al ricatto delle ecomafie senza sostenerli”. Venerdì prossimo 6 dicembre si terrà in Campania una ulteriore mobilitazione delle rete “Stop Biocidio”,contro l’ipotesi di impiego dell’esercito in Campania, per rafforzare la vertenza e rilanciare la piattaforma programmatica uscita dalla manifestazione del 16.

Del resto le parole della piattaforma del 16 Novembre, #fiumeinpiena, www.fiumeinpiena.it, sono abbastanza chiare:

“[…] – No a leggi speciali. No alla militarizzazione del territorio

Le leggi speciali sono state l’arma impropria del sistema politico-affaristico-criminale. Le leggi speciali e i commissariamenti hanno consentito l’aggiramento, con protezione militare, delle leggi ordinarie. Carenti che fossero, erano comunque leggi, perciò erano d’intralcio al sistema criminale. Arbitrii inconcepibili contro le leggi ordinarie sono staticommessi in nome delle leggi speciali. Per questo rifiutiamo la proroga del commissariamento, inserita nel Decreto del Fare, a tempo indeterminato della Campania e delle situazioni in emergenza. Discariche, finte bonifiche, impianti di depurazione, nel loro insieme costituiscono uno dei più gravi crimini di Stato, di cui lo Stato sarà chiamato a dar conto.

Sta montando un nuovo clima emergenziale, con toni allarmistici, questi sì, da parte di chi fino a ieri non sapeva e non vedeva. In nome di una nuova emergenza, con leggi speciali, le bonifiche finirebbero nelle stesse mani che hanno prodotto il disastro, questa volta con la casacca dei bonificatori.

Non vogliamo altre gestioni emergenziali come quelle messe in campo per far fronte all’ultima “crisi rifiuti napoletana” e al terremoto dell’80. Siamo contrari fortemente alle ipotesi di ulteriori commissariamenti ad acta, che già in questi 20 anni si sono dimostrati tra i veri responsabili del disastro ambientale in Campania. Vogliamo una legge nazionale onesta e concreta, con un fondo nazionale che finanzi il risanamento strutturale del territorio.

NON DEVONO ESISTERE ZONE INVALICABILI PER I CITTADINI. Abbiamo sperimentato in questi anni la militarizzazione dei nostri territori. Si è impedito ai diretti danneggiati, i cittadini, di monitorare, consentendo alle imprese criminali di fare quello che volevano, senza rendicontare a nessuno; sono, invece, state represse le legittime proteste. In sintesi, controllo militare = NESSUN CONTROLLO”.

Andare oltre ai proclami, almeno.

Le donne di ‘ndrangheta incastrate dal DNA

170819212-f5e0e42e-fd42-4306-9e11-85c4ce2419b8Ve la ricordate la protesta dei familiari di Giovanni Strangio, il primo condannato per la strage di Duisburg, e di Giuseppe Nirta. Le femmine di ‘ndrangheta chiedevano la revisione del processo di Duisburg rivendicando l’innocenza dei due mafiosi appellandosi a non si è capito bene cosa?

Sebastiano Nirta è il secondo esponente del clan Nirta-Strangio giudicato colpevole della strage davanti al ristorante “Da Bruno”. A luglio del 2011, infatti, il carcere a vita era stato comminato a Giovanni Strangio, ritenuto oltre che uno degli esecutori materiali anche l’ideatore dell’agguato progettato per eliminare alcuni degli affiliati del clan rivale dei Pelle-Vottari.

La notte tra il 14 e il 15 agosto del 2007, in Germania, sull’asfalto rimasero Sebastiano Strangio, di 39 anni, titolare del ristorante, i fratelli Francesco e Mario Pergola, di 20 e 22 anni, (che lavoravano come camerieri nel ristorante e che sono gli unici ritenuti estranei alla ‘ndrangheta); Marco Marmo, di 25 anni; Tommaso Venturi, di 18 anni, e Francesco Giorgi, di 17 anni. Un gruppo di affiliati coinvolto nella faida di San Luca che vedeva contrapposte due “cartelli” di famiglie. Una guerra di ‘ndrangheta che già negli anni precedenti aveva fatto contare alcune decine di vittime delle opposte fazioni.

Decisiva per Sebastiano Nirta è stata la prova del Dna. Il test fu effettuato su una traccia rilevata nella Clio nera ritrovata oltre il confine belga e ritenuta una delle due auto presenti sulla scena della strage. Ha dunque retto l’impostazione della Dda reggina che, tassello dopo tassello, ha incastrato gran parte di un puzzle per nulla semplice da ricomporre. A questo punto emerge che all’agguato avrebbero partecipato sicuramente Giovanni Strangio e Sebastiano Nirta, ma mancano tuttavia ancora due protagonisti. A prescindere da chi abbia materialmente fatto fuoco a Duisburg, secondo l’indagine il commando era composto da almeno quattro persone, due delle quali (vista l’assoluzione di Giuseppe Nirta) ancora senza nome.

Ma loro protesteranno, ottuse, anche contro il DNA.

Primarie come rimescolamento

l43-gianni-cuperlo-matteo-131128160902_bigE, dunque, quello che succede nel Pd non ci può essere indifferente: abbiamo bisogno che si apra un ripensamento profondo, una spaccatura reale nel gruppo dirigente che apra la strada ad un radicale rimescolamento di carte. Da questo punto di vista l’emergere di Renzi è stato potitivo perché ha iniziato a spaccare il gruppo dirigente dando il via ad una competizione reale, ma, nel merito, non è certo Renzi quello che può fare del Pd un partito di sinistra, anzi..

Più che altro una sua segreteria può avviare una decantazione fra le diverse anime del Pd. E non è nemmeno Cuperlo quello da cui sperare un corso positivo: da sempre uomo di D’Alema, in perfetta continuità con quella tradizione tardo piccista che è sfociata nel corso Pds.Ds-Pd.

Al contrario, mi pare che si possa fare una cauta (ho detto cauta) apertura di credito a Civati che si presenta come il sostenitore di una maggiore radicalità del Pd che parla esplicitamente di soggetto di sinistra. Dobbiamo dargli atto che sin qui è quello che ha mostrato un atteggiamento molto critico verso il governo ed anche in tema di difesa della Costituzione è quello che ha manifestato le posizioni più decenti del suo partito. Questo non vuol dire che io condivida tutto quello che dice (ad esempio non mi è parsa felicissima una sua uscita sulla questione dell’Imu), ma non c’è dubbio che sin qui ha svolto bene il suo ruolo di “guastafeste” della finta competizione Renzi-Cuperlo.

Considerato che, a differenza di altri, mi pare che non abbia né padri “nobili” né lauti finanziatori, credo che il suo quasi 10% di due settimane fa, sia un risultato interessante che segnala come ci sia una parte della base che vuole un Pd più di sinistra.

E per questo spero che l’8 dicembre abbia un risultato ancora più significativo per il quale invito chi mi legge a sostenerlo. Vedremo più avanti che uso farà di questa apertura di credito, ma per ora credo sia il meglio che ci viene offerto.

Aldo Giannuli apre una bella riflessione da leggere sul PD, sul significato di sinistra e sullo scenario futuro. Si trova qui.

Gli adulatori appassionati sono i più infelici degli uomini.

Gli adulatori appassionati sono i più infelici degli uomini. Di tanto in tanto li coglie un odio selvaggio e imprevedibile per la creatura che hanno a lungo adulato. Quest’odio, non possono padroneggiarlo; a nessun prezzo riescono a domarlo; vi cedono come la tigre alla sete di sangue. È uno spettacolo sconcertante: l’uomo che prima aveva per la sua vittima solo parole della più cieca adorazione, revoca ciascuna di esse con altrettanto esagerate ingiurie. Non dimentica nulla di quanto potrebbe aver fatto piacere all’altro. Nella sua collera frenetica ripercorre l’elenco delle sue precedenti dolcezze e le traduce con precisione nella lingua dell’odio.

Elias CanettiLa provincia dell’uomo, 1973

Per svuotare il silenzio intorno a Lino Romano

«Spenti i riflettori, sono spariti tutti. Quelli che dicevano “staremo sempre accanto a te”, pure i professionisti dell’antimafia. Sono rimasta da sola, con il mio dolore, le mie ansie, la mia famiglia e quella di Lino».

imageParla Rosanna Ferrigno, la fidanzata di Lino Romano, vittima innocente di camorra ucciso con quattordici colpi di pistola proprio mentre usciva da casa di Rosanna, sua promessa sposa, a Marianella, periferia nord di Napoli. In un’intervista racconta di tutte le difficoltà che ha vissuto e sta vivendo dopo la morte di Lino ma soprattutto lancia un’accusa precisa e circostanziata con questo “sono spariti tutti”.

Ci vorrebbe un giorno lungo un’epoca per raccontare e ricordare tutti i buoni di questa nostra lunghissima storia di mafie e di antimafia, seduti su un gradino come facevano quegli anziani che ti facevano il “riassunto delle puntate precedenti” dall’inizio del mondo fino a quel minuto lì seduti sul gradino ma la storia di Lino Romano morto per sbaglio ha un prima e un dopo: lo scambio di persona e gli spari che lo uccidono è il prima, il dopo lo scriviamo (anche) noi. E che il “dopo” sia assenza e silenzio non se lo merita Rosanna e non se lo merita Lino.

Oggi sarebbe bello prendersi un minuto, nella vita o nel lavoro, con i colleghi o con i parenti e gli amici per parlare di questo ragazzo morto per sbaglio e trovare una risposta, un modo di essere carezza per i sopravvissuti di questa storia. Una campagna affettiva e di memoria, tutti insieme.

Se scoprono Pippo

Insomma questa mattina leggendo i giornali tutti scoprono Pippo Civati. Anzi, pensa, si stupiscono del buonsenso che da anni tutti hanno provato a fare apparire banale, inconsueto e poco funzionale. Civati dice le stesse cose da tempo, le stesse, declinate magri prima a livello regionale e poi nazionale ma comunque sempre dalla “stessa parte”. Ha anche presumibili difetti dagli stessi anni ma la meraviglia di questa mattina dimostra che poi alla fine bisogna sgomitare per riuscire a farsi ascoltare (soprattutto se non si cede alla politica per “spot”. E quindi, pensavo proprio questa mattina, le regole di un congresso sono fondamentali e il loro rispetto è la prima prova di maturità e democrazia per un partito. E, volendoci pensare, per un giornalismo intellettualmente onesto.

Nulla più che un pio desiderio

“I mafiosi non sono solo i Riina o i Provenzano. I soggetti collusi con la mafia sono ovunque, sono nelle istituzioni pubbliche, siedono anche in Parlamento. In mancanza di sanzioni, ma soprattutto in assenza di una autoregolamentazione deontologica, la responsabilità politica rimarrà impunita, nulla più che un pio desiderio, con la conseguenza che si è arrivati a candidare e fare eleggere a Palermo, politici sotto processo per concorso esterno in associazione per delinquere di tipo mafioso, come Marcello Dell’Utri e Calogero Lo Giudice”

Così il presidente del Tribunale di Palermo, Leonardo Guarnotta, al convegno ‘La mafia non è solo un problema meridionale’, organizzato dall’associazione Espressione Libre.

Piemonte e ‘ndrangheta: la sentenza Minotauro

Raccontata da Attilio Occhipinti per generazionezero.org:

Puntuale alle 17 arriva il momento del giudizio. Oltre alla Regione Piemonte, alla Provincia di Torino e alle altre amministrazioni comunali costituitesi parti civili vi è anche don Luigi Ciotti. Sono 36 gli imputati condannati, circa la metà di loro è stata assolta. Questo è, in estrema sintesi, il bilancio di un processo che ha smascherato udienza dopo udienza il gioco della ‘ndrangheta in Piemonte.
L’operazione nata nel 2006 ha portato, nell’estate del 2011, all’arresto di 146 persone. Le indagini hanno portato alla luce il regno della malavita di stampo calabrese nel territorio piemontese, che, attraverso il favore di una certa politica piegata alla causa criminale, ha potuto godere di diversi privilegi. Il sequestro di milioni di euro di beni tra terreni, appartamenti e altri immobili, il giro degli stupefacenti, quello delle estorsioni, senza tralasciare quello del gioco d’azzardo, la speculazione attorno all’edilizia, di cui, tra l’altro, il collaboratore di giustizia Rocco Varacalli aveva parlato nel programma Presa Diretta. Tutto questo è Minotauro.
Dopo il comune di Bardonecchia, sciolto per mafia nel 1995, i comuni di Leini e Rivarolo sono “saltati” nel 2012 durante il corso delle indagini. A questo proposito, tornando alla sentenza, da segnalare le condanne di 10 anni per Nevio Coral, ex sindaco di Leini, e di 2 anni (più 600 euro di multa) ad Antonino Battaglia, ex segretario del comune di Rivarolo. Invece, per l’eurodeputato Fabrizio Bertot (PdL), ex sindaco di Rivarolo, è stata disposta la trasmissione degli atti in procura, affinché si indaghi per voto di scambio. La condanna più lunga, 21 anni e 6 mesi (più 4mila euro di multa), è stata invece inflitta a Vincenzo Argirò, considerato uno dei capi del Crimine (per questo e altri termini si veda il glossario) del capoluogo piemontese, mentre Salvatore Demasi, secondo la Procura capo locale di Rivoli, è stato condannato a 14 anni (3 in libertà vigilata).

Naturalmente non possiamo citare tutti i condannati, ma abbiamo riportato gli attori più in vista di questo losco giro di affari, favori e corruzione che tiene banco nel nordovest d’Italia. Sono, infatti,  nove le locali ‘ndranghetiste che nel corso di tutti questi mesi sono venute fuori dalle indagini e chissà quante altre ancora ce ne saranno.
Le vicende piemontesi sembrano avvicinarsi più al mito del vaso di Pandora che a quello del Minotauro, ma, mitologia a parte, siamo oramai ben lungi dal credere che il potere mafioso in queste terre sia meno forte di quel che si possa credere. È facile pensare che siamo solo all’inizio.

Il Maxi-emendamento del Governo tra incostituzionalità e diseguaglianza sociale

L’amico Antonio Cancilla scrive due o tre riflessioni sul maxi-emendamento del Governo:

Il Senato ha approvato la fiducia al Governo in merito al Maxi-emendamento proposto per la Legge di Stabilità 2014, non curandosi dei profili di incostituzionalità:

Fondo di povertà con prelievo pensioni d’oro

Il testo propone in via sperimentale il reddito d’inserimento nelle grandi aree metropolitane, garantiti dalla copertura di un prelievo sulle pensioni d’oro. Il Maxi-emendamento prevede infatti che dovranno versare il 6% le pensioni a partire da 90.000,00 €; il 12% le pensioni a partire da 128.000,00 € ed il 18% le pensioni superiori ai 193.000,00 €. Tale misura ripercorre quanto prevedeva l’articolo 18, comma 22-bis, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), articolo dichiarato incostituzionale con sentenza 116/2013 della Corte Costituzionale. Secondo tale sentenza il prelievo extra  risulta essere “irragionevole e discriminatorio ai danni di una sola categoria di cittadini. L’intervento riguarda, infatti, i soli pensionati, senza garantire il rispetto dei principi fondamentali di uguaglianza a parità di reddito”, quindi in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Inoltre, i  giudici della Consulta hanno stabilito anche che il “contributo di solidarietà” non rispetta l’articolo 53 della Costituzione: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

La Corte di Cassazione ha evidenziato che è stato adottato un criterio per i pensionati e un criterio per tutti gli altri contribuenti, penalizzando i primi.

A tal proposito, risulterebbe alquanto incostituzionale anche il “reddito di inserimento” riservato ai soli cittadini delle aree metropolitane, proprio in contraddizione con il su citato art. 3 della Costituzione.

Cartelle esattoriali senza interessi 

Sul fronte della riscossione è prevista una “sanatoria” per la regolarizzazione delle Cartelle Equitalia privi di interessi. Tale “sanatoria” prevede in realtà una condizione discriminante: versare il 50% della somma. Dunque a seguito di un ulteriore Decreto ad hoc, entro il 30 maggio 2014 i concessionari della riscossione avviseranno i contribuenti debitori interessati alla definizione agevolata, che per aderire dovranno versare il 50% delle somme richieste. Il restante importo dovrà essere versato entro il 16 settembre del 2014. Restano inoltre dovuti i dazi e i tributi propri dell’Unione europea e quelli che derivano da condanne della Corte dei conti. Ciò in realtà potrebbe agevolare solo i cittadini con capacità economiche e finanziarie, che avrebbero anche potuto effettuare il pagamento entro le scadenze delle somme a ruolo, penalizzando ulteriormente coloro che si sono visti impossibilitati al pagamento delle somme finite a ruolo a causa di problematiche economiche e/o finanziarie che non in tempi di crisi avrebbero sostenuto entro le scadenze e per tempo.

Beni strumentali: deducibilità IMU per i capannoni industriali

Viene inserita la deducibilità IMU al 30%per i capannoni industriali imputati a beni strumentali ai fini IRES ed IRPEF. Anche questo aspetto è discriminante nei confronti di tutti i soggetti economici presenti sul territorio dello Stato in quanto, tale deducibilità non è prevista per gli altri immobili diversi dai capannoni industriali iscritti tra i beni strumentali e che pagano comunque la stessa imposta. Per cui anche in questo caso si violerebbe l’art. 3 della Costituzione.

Taglio al cuneo fiscale

Tra le novità contenute nel maxi-emendamento rientra anche la riduzione delle tassa per i redditi sul lavoro inferiori ai 35.000,00 €, creando anche in questo caso una discriminazione tra redditi di pensione e redditi di lavoro.