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Locri

Cosa c’entra la ‘ndrangheta con le scuole abusive

Amministratori e dipendenti pubblici giudicati collusi, imprenditori ritenuti compiacenti ed una cosca di ‘ndrangheta interessata agli appalti pubblici ed in gradi di infiltrarsi nella pubblica amministrazione fino a cedere in vendita o in locazione due immobili totalmente abusivi destinati ad ospitare l’istituto d’Arte e dell’Ipsia di Locri. E’ un’inchiesta dai risvolti clamorosi quella che è stata condotta dal Gruppo carabinieri di Locri sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e che ha portato all’alba di oggi all’esecuzione di quindici provvedimenti restrittivi che, oltre a Locri, hanno anche interessato Roma.

Indagati “eccellenti”. Tra i destinatari dei provvedimenti di custodia cautelare emessi dal gip del Tribunale di Reggio Calabria figura anche l’avvocato Luca Maio, 45 anni, già consigliere provinciale. Per lui il giudice ha disposto gli arresti domiciliari ed un sequestro di oltre 900 mila euro. Non è il solo professionista coinvolto nell’inchiesta. Con lui risultano indagati architetti, geometri ed ingegneri. Spicca anche il nome Salvatore Calabrese, 85 anni, padre dell’attuale sindaco di Locri che non risulta coinvolto nella vicenda. Per l’85enne la Dda ha chiesto ed ottenuto l’obbligo di firma. Dei 15 indagati, uno è stato posto in custodia cautelare in carcere, 4 agli arresti domiciliari e 10 colpiti congiuntamente dalle misure dell’obbligo di dimora e dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Tutti sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di concorso nei reati di truffa aggravata e continuata, abuso d’ufficio e frode nelle pubbliche forniture, delitti tutti aggravati dalla circostanza dell’agevolazione mafiosa della ‘ndrina Cordì, operante a Locri e territori limitrofi. Numerose le perquisizioni personali e domiciliari nei confronti degli stessi indagati.

I contrasti tra i clan. L’operazione – hanno spiegato gli inquirenti – è stata denominata “Euro-Scuola” proprio perché ha visto concentrarsi l’impegno investigativo dei militari dell’Arma sugli appalti di svariati milioni di euro per la costruzione di un immobile totalmente abusivo, di circa 5.000 metri quadrati, sede dell’Istituto Statale d’Arte “Panetta”, e per l’individuazione di un immobile da acquisire in locazione e da destinare a sede dell’Ipsia, sempre a Locri. Secondo l’accusa si è trattato di operazioni concluse per favorire personaggi legati ai Cordì, una delle cosca protagoniste tra il 1969 e 2005 di una sanguinosa faida ultratrentennale contro i rivali Cataldo per la supremazia nel territorio. Poi la pace siglata tra il 2008 ed il 2010. Un accordo fra i due gruppi finalizzato alla spartizione delle attività illecite e ad al controllo della pubblica amministrazione. Dalle indagini sarebbe emerso come proprio i contrasti generati dai forti interessi delle due consorterie nell’affare dell’edilizia scolastica avessero rappresentato, tra la fine del 2004 e l’inizio del 2005, una delle scintille che aveva fatto riaccendere la guerra di mafia a Locri con l’uccisione di Giuseppe Cataldo.

Le parole dei pentiti. Nell’ordinanza di custodia cautelare sono richiamate numerose intercettazioni, dichiarazioni di collaboratori di giustizia, riscontri di polizia giudiziaria, ordinanze di custodia cautelare, sentenze di primo e secondo grado da cui emerge la capacita’ delle due cosche di insinuarsi e di controllare l’imprenditoria locale anche nel caso di appalti e lavori banditi dalla pubblica amministrazione. Le dichiarazioni di due pentiti, Domenico Oppedisano e Domenico Novella, in particolare, hanno evidenziato l’interessamento delle ‘ndrine di Locri riguardo allo allo svolgimento di lavori pubblici tra cui quelli che hanno portato al sequestro delle scuole.

Le scuole abusive. Lungo l’elenco delle violazioni commesse per la costruzione e l’acquisizione delle due strutture destinate ad ospitare i ragazzi: dalla violazione delle indicazioni del piano regolatore e delle norme tecniche di attuazione del Comune di Locri alla conseguente assenza di concessioni per la costruzione ed all’irregolarità del certificato di collaudo fino all’assenza dei certificati di prevenzione incendi, obbligatori per le scuole di ogni ordine e grado con oltre 100 persone.
Naturalmente, chi ha gestito i progetti si è curato anche di eludere la normativa antimafia, per esempio omettendo la comunicazione alla Provincia di Reggio Calabria di atti con i quali Antonio Circosta, socio accomandatario, comunicava la modifica della compagine sociale, rappresentando falsamente la fuoriuscita dalla sua società di alcuni soci oggi indagati indagati: Antonio, Rocco, Cosimina e Lucia Maiorana, che di fatto, invece, rimanevano comunque soci della società. Secondo gli inquirenti l’obiettivo era quello di consentire a persone vicine ai Cordì di percepire indebitamente, in relazione alla locazione degli immobili da parte della Provincia di Reggio Calabria, un canone di locazione assolutamente incongruo. Frode che si sarebbe ripetuta nell’esecuzione dei contratti di locazione e compravendita dell’immobile adibito a Scuola d’Arte, stipulato con la Provincia di Reggio Calabria, con “l’aggravante – scrivono gli inquirenti – di aver commesso il fatto con modalita’ mafiose – in relazione alle indebite pressioni esercitate con modalità mafiose sull’architetto Tallarida, già responsabile dell’Ufficio Tecnico del Comune di Locri, in vista della concessione dei permessi e delle certificazioni necessari alla costruzione dell’immobile”. Tutto avveniva sotto la “regia” di Pietro Circosta e dell’avvocato Luca Maio. Quest’ultimo, nella sua qualità di consigliere della Provincia di Reggio Calabria, si sarebbe interessato agli iter amministrativi relativi agli immobili in questione.

(fonte: zoom24)

Il vescovo di Locri rifiuta l’offerta: “soldi che puzzano di ‘ndrangheta”

L’indicazione del vescovo di Locri Francesco Oliva è stata chiara: le offerte che puzzano di ‘ndrangheta non si accettano. E così il parroco di Bovalino, paese della provincia di Reggio Calabria colpito dall’alluvione del 2015, è andato in banca e ha emesso due bonifici, indirizzati ad altrettante ditte che avevano inviato cinquemila euro ciascuna per contribuire a ricostruire il tetto della chiesa matrice sfondato dalla pioggia.

“Con il denaro sporco non si costruiscono chiese, a costo di rinunciare ai lavori”, dice il presule a Repubblica. E i soldi rispediti al mittente in effetti avevano una provenienza quantomeno sospetta. Si tratta di fondi inviati da ditte collegate a Domenico Gallo, arrestato a fine ottobre nell’inchiesta condotta dalla procura di Roma sui grandi appalti, dalla Tav alla Salerno-Reggio Calabria. Nell’ordinanza che ha portato in carcere l’imprenditore calabrese, il giudice ha messo in evidenza “i suoi contatti con soggetti legati alla criminalità organizzata”. E davanti alle carte giudiziarie, il vescovo non ha esitato. “Per me è stata una scelta scontata, ordinaria”, dice. E infatti non sarebbe emersa se non fosse stata accennata durante un dibattito locale e rilanciata dal Quotidiano del Sud.

“Questa vicenda – spiega il presule – è una piccola cosa ma fa parte di uno stile che deve essere chiaro: non si può rischiare di essere conniventi con le mafie e se c’è il sospetto che le offerte siano frutto di affari mafiosi, bisogna rifiutarle in modo fermo”. Oliva lo aveva già affermato nel marzo scorso, quando un pentito aveva rivelato che una chiesa di Gioiosa Jonica era stata costruita con i soldi delle cosche: “Diciamo con chiarezza che non ne abbiamo bisogno”, aveva scritto ai fedeli e sacerdoti del paese.

Anche Giancarlo Bregantini, suo predecessore nella diocesi di Locri, aveva messo in guardia dal meccanismo perverso delle connivenze economiche tra cosche e comunità ecclesiali: “La mafia – diceva – tende insidie ai sacerdoti: se c’è un campanile da aggiustare, è facile che ti arrivi un generoso contributo. Ed è chiaro che ciò sarà ampiamente messo in risalto da chi lo ha dato, anche se non sarà annunciato dal pulpito: è per questo che la scelta di povertà del prete è una forza di opposizione e di resistenza incredibile”.

Ora monsignor Oliva ribadisce: “Non c’è nulla di bello che si possa costruire con i soldi macchiati dal sangue della gente”. E cita due grandi figure della Chiesa che si chiamano Francesco, come lui. Uno è il santo originario di Paola, patrono della Calabria: “Secondo la tradizione – racconta il presule – quando il re di Napoli gli offrì monete d’oro per costruire un convento lui le spezzò e ne uscì proprio del sangue: quello della gente vessata dal monarca”. L’altro Francesco è il Papa, che il 21 giugno 2014 sempre in Calabria, a Sibari, pronunciò la scomunica per i mafiosi: la ‘ndrangheta, disse, è “un male” che “va combattuto, va allontanato”. E aggiunse: “Quando all’adorazione del Signore si sostituisce l’adorazione del denaro, si apre la strada al peccato”.

Oliva quel giorno era sull’altare alla sinistra di Bergoglio, che lo aveva appena nominato vescovo e inviato a Locri: “Le parole del Papa non lasciano spazio all’ambiguità e devono dare coraggio alla Chiesa”, dice. Coraggio che non è mancato al vescovo, ma è stato condiviso anche dal consiglio affari economici della parrocchia di Bovalino, compatto nel sottoscrivere la decisione. E alla fine l’onestà è stata premiata perché i soldi necessari per ricostruire il tetto sono arrivati lo stesso, grazie al contributo dell’otto per mille e alla generosità dei fedeli.

(da Repubblica, fonte)