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Umberto Bellocco

‘Ndrangheta e impresa in Lombardia: questa sera proviamo a parlarne

Alle 22.30 su LA7 con Gianluigi Nuzzi. Se avete voglia e tempo, noi siamo lì.

 

La metastasi ndranghetista ha risalito l’Italia verso nord con aggressività nuove, e interessi in settori e aziende fino a ieri impensabili. Appuntamento sabato 13 aprile alle 22.30 con una nuova inchiesta di Gianluigi Nuzzi, ospite Giulio Cavalli.

Le dinamiche e le regole che hanno dominato per decenni le sorti del territorio calabrese si ritrovano oggi anche in provincia di Torino, Varese, Novara, Bologna, clonate ovunque, a partire dalla ricca Lombardia.
E qui una nuova generazione di giovani ndranghetisti gestisce le proprie reti di potere e di relazione col tessuto economico, forte di inedite e insospettabili collusioni.

Bellocco, ‘ndrangheta e l’affidabilità della ditta

Un post d’archivio che disegna la situazione lavorativa che regnava all’interno dell’azienda Blue Call (di cui avevo scritto qui). Oltre all’articolo è interessante leggere i commenti e soprattutto una lettera firmata “Gli Operatori Mediaset Premium, sede Blue Call di Rende (CS)”:

Gentile Angela P*****,

in seguito a gravi comportamenti perpetuati ai nostri danni dall’azienda Blue Call abbiamo deciso di scriverLe questa e-mail per metterLa al corrente dell’attuale situazione che, oramai, si protrae da mesi.

In sede si è sempre cercato di tamponare gli oramai diffusi malcontenti nei confronti dell’azienda tenendo Mediaset all’oscuro di tutto, grazie al comportamento di responsabili e amministratori poco rispettosi sia nei confronti del committente che di noi operatori.

Tutti gli operatori Mediaset non percepiscono da mesi regolare stipendio. Siamo tutti in attesa delle mensilità di Agosto, Settembre e Ottobre; mentre in alcuni casi si attende addirittura la mensilità relativa a Giugno o Luglio. A ciò si aggiungono le reiterate rassicurazioni dei responsabili Blue Call, regolarmente smentite dall’effettiva mancanza degli accrediti sui nostri conti correnti. Veniamo continuamente invitati ad attendere i bonifici erogati dall’azienda ma, di settimana in settimana, nessuno ha più voglia di credere a chi sta giocando con persone che stanno prestando un servizio professionale e senza intoppo alcuno.

La filosofia dell’azienda è oramai chiara. Erogare pagamenti con il contagocce, portando (soprattutto i nuovi operatori) a licenziarsi. Da ciò consegue un continuo ricambio di risorse umane sulla commessa Mediaset che porta a un notevole calo nella qualità del servizio. Gli operatori più anziani, quindi, attendono che qualcosa cambi mentre le nuove risorse sono utilizzate alla strenua di un qualsiasi ricambio temporale, per coprire turni e ridimensionamenti imposti non gestibili in altro modo.

Certi di avere un committente attento ai diritti di noi lavoratori è nostro dovere informarLa di questa situazione. Siamo certi che Mediaset è puntuale nell’erogare i pagamenti. Sarebbe davvero interessante sapere dove il nostro Amministratore e i suoi responsabili hanno deciso di impiegare i soldi pagati da Mediaset e destinati a noi operatori, sperando di aver mosso in Lei questa curiosità.

Non sarebbe etico gestire le chiamate in maniera poco professionale, come se volessimo rifarci sulla stessa Mediaset che, tra le altre cose, non ha alcuna colpa. Abbiamo quindi pensato di avvertire chi di dovere su cosa sta accadendo.

Certi di un cortese riscontro Le auguriamo una buona giornata.

Gli Operatori Mediaset Premium, sede Blue Call di Rende (CS).

Quante volte in Lombardia le crisi improvvise di aziende che prosperavano tranquille non hanno avuto una spiegazione? Mi è capitato spesso di parlare con lavoratori che non riuscivano ad immaginare cosa fosse successo in attività dove non erano avvenute variazioni tra i fornitori ed i clienti e improvvisamente si trovavano sul lastrico.

Ogni tanto dietro una “crisi aziendale” c’è la mano della mafia. Forse potremmo partire da qui.

 

‘Capacità predatoria”: Blue Call, ‘ndrangheta, i Bellocco e l’imprenditoria

La mafia era infiltrazione, una volta. Nemmeno per tutti. Infiltrazioni al nord, dicevano, come rassicurazione lessicale. Poi sono venuti gli arresti di tanti (troppi imprenditori) e di tanti (troppi) amministratori: hanno cambiato tono, l’hanno detta “emergenza” come si dicono quelle emergenze levigate dalla consuetudine della frequenza. Ogni volta che ne scrivi da una parte qualsiasi anche le reazioni ormai sono un balletto di sdegni preventivati e riconoscibili: Maroni, Saviano, bravo Giulio l’avevi detto, la Moratti, il Prefetto di Milano, Banca Rasini e via così.

Ma manca il punto: i predatori prevedono le mosse dei concorrenti e degli avversari e in Lombardia i competitori dei predatori sono gli imprenditori; così oltre alla “disponibilità, per il conseguimento della finalità dell’associazione, di armi o materie esplodenti, anche se occultate o tenute in luogo di deposito” come recita l’articolo 416 bis del codice penale stupisce (perché non si riesce ad inculcare, più che altro) come le mafie siano intraprendenti ancora più che imprenditrici. Futuriste nei campi d’azione: mentre nei convegni si parla di movimentazione terra loro entrano nel mercato dei compro oro, poi li raggiungi nei testi che le raccontano e intanto si sono spostate sui videopoker e le forniture alberghiere in un susseguirsi di cronico ritardo nella fotografia del contemporaneo.

Oggi si sa che la ‘ndrangheta (sotto l’ala della cosca dei Bellocco) entra con prepotenza nel settore dei call center (niente di meglio che un campo di conquista così fortemente “precario”, del resto). Diceva qualcuno che la magistratura interviene di solito sulle macerie e dipinge un quadro già superato mentre se ne dibatte in fase processuale. Niente di più vero e chiaro.

Ora manca il passo lungo (o il passo corto raddoppiandone il ritmo) per mettersi alla pari: discutere di mafie come punto costante dell’agenda di tutti gli assessorati. Tutti. Come si fa per i ladri e gli scorretti. Come se fosse un’emergenza trasversale che predilige le acque inesplorate. Perché è così.

Qui l’articolo (da incorniciare) di Davide Milosa per Il Fatto Quotidiano:

L’ultimo affare: i call center. Sì perché quella della potentissima cosca Bellocco di Rosarno, è una ‘ndrangheta che diversifica. E se in Calabria i boss regnano da imperatori e preparano faide in cui, sentenziano le donne di mafia, a morire dovranno essere “tutti, anche i minorenni”, in Lombardia si dedicano al business. Legale e milionario. Come dimostra la vicenda della Blue call srl, azienda specializzata nella gestione di call center con il centro direttivo a Cernusco sul Naviglio e sedi operative in tutta Italia (anche in Calabria, naturalmente). Un’impresa florida che solo nel 2010 ha chiuso un fatturato da 13 milioni di euro, facendosi segnalare come leader del settore. Un gioiellino, dunque. Gestito da Andrea Ruffino, il quale, agli inizi del 2011, apre le porte a un emissario dei boss. Finirà per cedere le quote. Regalando ai boss un vero bancomat cui accedere in ogni momento, ma soprattutto la possibilità di controllare un ampio consenso sociale attraverso le assunzioni. Un’arma formidabile anche per la gestione di pacchetti elettorali. Insomma affari al nord e controllo del territorio al sud. Il tutto sulla rotta Rosarno-Milano e ritorno. Questa la fotografia scattata dalle procure di Reggio Calabria e Milano che all’alba di questa mattina hanno dato esecuzione a 23 arresti tra Calabria per associazione mafiosa e Lombardia per intestazione fittizia di beni, accusa quest’ultima aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso. Tra questi anche i soci della stessa Blue call.

“LE AZIONI NON SI CONTANO, SI PESANO E LE MIE PESANO DI PIU’”

Per comprendere il disegno basta leggere i capi d’imputazione. A Rosarno la mafia è armata. Mentre a Milano, questa stessa ‘ndrangheta (ben diversa da quella rappresentata dall’inchiesta Infinito) non spara, usa il computer e si appoggia a veri e propri intermediari del crimine. Gente insospettabile che, come in questo caso, prende contatti e mette in comunicazioni gli imprenditori con i boss. Carlo Antonio Longo, originario di Galatro (Reggio Calabria), è, infatti, il referente dei Bellocco al nord. Mega villa in Svizzera, titolare di un’azienda edile (chiusa nel gennaio scorso) schermata da un limited londinese, Longo è un uomo di mafia, violento e deciso, ma è anche un broker, capace di trattare con gli imprenditori del nord. Talmente sottile da minacciarli, citando a memoria una delle storiche frasi di Enrico Cuccia, per decenni eminenza grigia della finanza italiana. Dirà Longo all’imprenditore: “Le azioni non si contano, ma si pesano, e le mie pesano di più!”. Gli uomini del Gico guidato dal comandante Marco Menegazzo, ascoltano queste parole il 16 settembre 2011, periodo in cui la ‘ndrangheta si accinge a fare il passo definitivo: prendersi tutta l’azienda che in quel periodo conta oltre mille dipendenti.

L’IMPRENDITORE: “HO PRESO LE BOTTE, QUEL BASTARDO, CON IL COLTELLO ANCHE”

L’atto finale solo quattro giorni dopo, quando Andrea Ruffino (anche lui destinatario di un mandato di cattura, ma attualmente irreperibile) convocato da Longo e soci nella sede operativa di Cernusco sul Naviglio. Nella saletta ci sono una decina di persone, gente vicina alla cosca Bellocco, persone assunte in società senza le minime credenziali. In questo momento Longo regola i conti o, come dice lui, “taglia i rami secchi”. L’imprenditore di Ivrea viene massacrato di botte, dopodiché, con il coltello puntato alla gola, verrà “convinto” a cedere tutte le sue quote a una società preparata ad hoc dalla ‘ndrangheta. Uscito da quell’incontro, la vittima chiama subito la sua fidanzata per sfogarsi. “Ho preso le botte (…) mi ha dato una botta che sento malissimo adesso. Quel bastardo, guarda. Con il coltello anche, guarda (…) quello che dovevo raggiungere l’ho raggiunto ma fanno schifo. Sono uomini di merda. Ti giuro non sto sentendo da un orecchio”. L’imprenditore è stato massacrato. Però è sollevato, perché ha ottenuto la promessa di un minimo pagamento delle sue quote. Pagamento, che, alla maniera calabrese, non arriverà mai. Le conversazioni dei giorni successivi confermano il quadro agli investigatori. Un impiegato delle sue società vedendo l’imprenditore con l’occhio pesto gli consiglia di andare in ospedale. “Sì – risponde – e cosa dico che Longo mi ha fatto un’estorsione”. Il vaso è pieno. Lo sfogo arriva subito dopo: “Basta con questa ‘ndrangheta – dice l’ex titolare della Blue call – che si pigliassero tutto”.

UMBERTO BELLOCCO, IL PICCOLO PRINCIPE DELLA ‘NDRANGHETA

Eppure, mesi prima, l’imprenditore piemontese non la pensava così. Tutto inizia nel dicembre 2011, quando Emilio Fratto, commercialista con conoscenze importanti in ambito mafioso, pensa di rientrare da un credito che ha con l’imprenditore piemontese proponendo l’ingresso di nuovi soci nella Blue call. In questo modo, lo stesso Fratto crede di potersi liberare di un debito a sua volta contratto con la cosca Bellocco. Succede tutto velocemente. “C’è da fare questa cosa”, dice Fratto a Longo che prende tempo e riporta la possibilità a Umberto Belloco, il giovane e capriccioso principe del clan, il quale entrerà con entrambi i piedi nella vicenda fino ad essere il regista ultimo e questo senza aver la minima professionalità. Farà di più durante la latitanza terminata nel luglio scorso – sarà arrestato a Roma nel luglio scorso – il giovane Bellocco, da fuggiasco, percepirà un regolare stipendio dalla Blue call, oltre naturalmente ai vari benefit per allietare la latitanza.

LA SCALATA ALLA SOCIETA’: QUESTIONE DI PANZA E DI PRESENZA

La vicenda, quindi, nasce per un debito-credito. L’imprenditore, del resto, non si oppone. Anche perché, emerge dalle indagini, già sotto scacco da uomini legati ai clan di isola Capo Rizzuto. Quello che appare chiarissimo è il metodo con cui la ‘ndrangheta prima entra e poi conquista l’azienda. Longo, introdotto da Fratto, e per conto dei Bellocco, porta in società una serie di persone fino ad aver, inizialmente, il 30%. Questo, però, è solo il prologo di una scalata rapidissima. Tanto che lo stesso Umberto Bellocco intercettato dice: “Tu pensa che dove lavoro io ci sono 40 ragazzi…45…A Cernusco gestisco un Call-Center”. Insomma, il progetto mafioso va a gonfie vele e a costo zero. Longo è chiarissimo: “I soldi noi non li abbiamo messi”. E dunque? Prosegue: “Io non metto niente io prendo”. I Bellocco dunque cosa mettono. “La presenza – ribadisce Longo – panza e presenza”. L’espressione tipicamente mafiosa viene tradotta dagli investigatori: “I Bellocco, una volta entrati a far parte della società con un quota minoritaria (30%), stavano cercando di acquisirne il controllo con metodologie che facevano leva solo sul potere di intimidazione derivante dalla loro appartenenza alla ‘ndrangheta”. Panza e presenza appunto. Tanto basta “per prendersi il lavoro di una vita”, si sfoga così uno dei soci della Blue call. “Non è solo, il futuro dell’azienda (….) Stai sotto scacco per tutta la vita! Come dici tu: Non c’è via d’uscita , questi qua… E’ impossibile, capito. Oggi vogliono questo e domani cosa vogliono!? … E dopodomani cosa vogliono, scusami”.

“LORO SONO COME DIO CHE POSSONO DECIDERE TUTTO”

Ruffino un po’ intuisce, un po’ no. Addirittura pensa di estromettere i calabresi, liquidando la loro parte. Non sarà così, naturalmente. E Fratto lo avverte fin da subito: “Per il resto dei nostri giorni non ce li togliamo più dai piedi. Tu pensa di giocare, con loro, sulla lama del rasoio: poi, quando ti tagli, ti renderai conto delle mie parole (…) Io ti sto dicendo che questa razza la conosco, tu no”. L’imprenditore, dunque, sta giocando con il fuoco. Però insiste: “La morte – dice – non è il peggiore dei mali”. Fratto è chiarissimo: “Tu sei un pazzo”. E allora l’altro chiede: “Loro sono come Dio che possono decidere che tutte le persone muoiono no?”

L’imprenditore agganciato sa ma non si sgancia. Diventa complice. Ne è consapevole Ruffno che dice: “Io non voglio andare avanti con queste persone (…) stiamo puliti (…) e non rischiamo nessun 416bis”. Quindi ancora parole in libertà sul come liquidare questi calabresi. “Guarda io ho più soluzioni (…) mi sono rotto i coglioni io voglio stare separato perché voglio comandare io”. Tanto coraggio viene smorzato da una telefonata di Longo, il quale durante le festivita pasquali fa gli auguti a Ruffino. “Volevo salutarti (…) come stai (…) Insieme e alla tua famiglia, tanti auguri…Buona Pasqua, capito, fai una buona Pasqua e vivi felice e contento”.

SCHERMI SOCIETARI E ASSET MAFIOSI

Nonostante tutto l’imprenditore prosegue nel tentativo di liberarsi dei calabresi. Consapevole della mafiosità dei suoi interlocutori, ma ancora non del tutto consapevole della loro intelligenza criminale, chiude la Blue call e splitta l’intero assett (call center e immobiliare) su due società: la Future srl e la R&V. Nel frattempo, però, la ‘ndrangheta ha già creato una sua società schermo, la Alveberg con sede a Milano in via Santa Maria alla porta. Tra i soci c’è la anche la fidanzata di Longo. E’ dentro questa srl che confluiranno tutte le quote dell’imprenditore, dopo il pestaggio del 20 settembre.

NELLA FAIDA UCCIDERE ANCHE DONNE E BAMBINI

Questa è la ‘ndrangheta che colonizza Milano. Una ‘ndrangheta violenta e vorace. Capace di prendersi un’azienda da 13 milioni di fatturato senza fare rumore. E di progettare una faida dove coinvolgere anche donne e bambini. L’incredibile vicenda è narrata nella parte calabrese dell’inchiesta. E nasce da due omicidi di affiliati alla cosca. I sospetti ricadono sul clan pesce, un tempo alleati con i Bellocco. Tanto che il giovane erede del casato mafioso dice, intercettato, “Rosarno è nostro e deve essere per sempre nostro…sennò non è di nessuno”. Il rischio di una faida è concreto. Tanto che Umberto ne parla con la madre Maria Teresa D’Agostino. “Una volta – dice la donna – che partiamo, partiamo tutti, una volta che siamo inguaiati, ci inguaiamo tutti….dopo, o loro o noi o noi, vediamo chi vince la guerra, dopo…pure ai minorenni”. E ancora: “Pari pari, a chi ha colpa e a chi non ha colpa, non mi interessa niente…e femmine”.

Questi gli arresti:

Si riportano i nominativi dei 23 soggetti attinti da nr. 2 misure cautelari emesse nell’ambito dei procedimenti penali nr. 8507/10 R.G.N.R. D.D.A. (già 3451/10 R.G.N.R. D.D.A. e nr. 1236/2010 R.G.N.R. D.D.A. significando che l’esecuzione dei provvedimenti cautelari è stata delegata alla Squadra Mobile (per gli arrestati dal nr. 1 al nr. 16), al G.i.c.o. della Guardia di Finanza di Milano (per gli arrestati nr. 17 e nr. 18), al R.o.s. dell’Arma dei Carabinieri (per l’arrestato nr. 19) e alla Compagnia Carabinieri di Gioia Tauro (per gli arrestati dal nr. 20 al nr. 23).

  1. BELLOCCO Umberto nato a Cinquefrondi il 01/08/1983, detenuto presso la Casa Circondariale di Lanciano (CH);
  2. BELLOCCO Francesco nato a Cinquefrondi il 15/05/1989, detenuto presso la Casa Circondariale di Reggio Calabria;
  3. BELLOCCO Maria Angela, nata a Cinquefrondi il 01/09/1981 ed ivi residente in via Giacomo Matteotti nr. 13;
  4. BELLOCCO Emanuela nata a Rosarno il 30/08/1975 ed ivi residente in via Aldo Moro s.n.c.;
  5. ZUNGRI Francesco nato in Russia il 02/07/1989 e residente a Rosarno in vico del Forno nr. 15;
  6. MALVASO Pasqualino nato a Rosarno il 13/10/1975 ed ivi residente in via Giacomo Matteotti nr. 13;
  7. BELCASTRO Michelangelo nato a Cinquefrondi il 30/07/1989, residente a Bulgarograsso (CO) in via Guglielmo Marconi nr. 2;
  8. LONGO Carlo Antonio nato a Galatro il 23/06/1964, residente in Monzambano (MN) in Strada Castellaro Nuova nr. 54;
  9. D’AGOSTINO Francesco nato a Taurianova il 17/06/1975, detenuto presso la Casa Circondariale di Palmi;
  10. D’AGOSTINO Vincenzo nato a Rosarno il 10/01/1961 ed ivi residente a in via Carlo Lorenzini nr. 20;
  11. OLIVERI Domenico nato a Palmi il 20/12/1979, detenuto presso la Casa Circondariale di Benevento;
  12. ELIA Francesco nato a Rosarno il 13/09/1975 ed ivi residente in via Provinciale nr. 205;
  13. GALLO Sabrina nata a Cinquefrondi il 09/09/1990, residente a Rosarno in via Ugo La Malfa nr. 30;
  14. NOCERA Maria Serafina nata a Rosarno il 14/08/1954 ed ivi residente in via Elena nr. 126;
  15. PANETTA Rocco nato a Galatro il 24/10/1974, residente a Misinto (MB) in via del Cavo nr. 5;
  16. RULLO Raffaele nato a Cinquefrondi il 18/03/1985, residente a Giffone in via Giosuè Carducci nr. 1/C.
  17. NOCERA Francesco nato a Cinquefrondi il 17/12/1982, detenuto presso la Casa Circondariale di Potenza;
  18. MERCURI Francesco nato a Gioia Tauro il 26/01/1979, residente ad Albano Sant’Alessandro (BG) in via don Giovanni Schiavi nr. 7;
  19. BELLOCCO Michele nato a Rosarno il 19/03/1950 ed ivi residente in via Giacomo Matteotti s.n.c.;
  20. PIROMALLI Vincenzo nato a Rosarno il 09/07/1969 residente in Sesto San Giovanni (MI) in via Rabbino nr. 28;
  21. LIGATO Bartolo Angelo nato a Gioia Tauro il 12/12/1983, detenuto presso la Casa Circondariale di Palmi;
  22. PIROMALLI Luigi nato a Polistena il 27/12/1989, residente in Rosarno alla via Paolino nr. 28;
  23. TIMPANI Luigi nato a Cinquefrondi il 02/01/1988 e residente in Casalgrande (RE) via San Lorenzo nr. 20;

Salerno – Reggio Calabria, la talpa e le ‘ndrine

Un gran bel pezzo di Federico Pignalberi per gli amici di Agoravox:

La procura di Reggio Calabria ha aperto un fascicolo d’indagine per favoreggiamento alla cosca Nasone da parte di almeno un infiltrato nelle forze dell’ordine che ha informato il clan di Scilla sulle indagini in corso per le estorsioni nei cantieri stradali. Lo dimostrano alcune intercettazioni ambientali inedite che AgoraVox pubblica per la prima volta. Intanto, tre giorni fa, il ministro Passera ha presentato il suo rivoluzionario piano per lo sviluppo: la Salerno-Reggio Calabria. “Pronta entro il 2013, ci metto la faccia”, ha detto. Ma su come affrontare le infiltrazioni criminali, nemmeno una parola. Per completare l’ammodernamento dell’autostrada mancano ancora all’appello quasi la metà dei lavori. E la ‘ndrangheta continua a comandare sui cantieri.

L’autostrada A3 non è solo il simbolo dell’inefficienza italiana nel realizzare le opere pubbliche: è l’esempio migliore di cosa vuol dire subire la tirannide delle organizzazioni mafiose e adeguarsi alla loro legge; 495 chilometri di asfalto e cantieri che collegano Napoli a Reggio Calabria, attraversando tre delle regioni più violentate dalle mafie nell’Italia meridionale. È il secondo tronco di quella che chiamano Autostrada del Sole, ma è solo una strada di morte. Dal 1997 al 2002 ha ucciso 47 persone in 2382 incidenti automobilistici. E poi gli operai: ne sono morti sei solo da maggio del 2008 a giugno del 2011. Tutti mentre lavoravano. Alcuni sono caduti dalle impalcature e sono morti per l’impatto col terreno o, nel caso di Salvatore Pagliaro, soffocati in una colata di cemento. Altri hanno avuto un destino non meno orribile. Valerio Vessuti, 21 anni, lavorava per un’impresa di Genova, la Carena, ma era originario di Potenza. Il 24 settembre 2009 stava lavorando alla costruzione di una galleria. Mentre era sul cestello elevatore, un blocco di argilla si è staccato dal fronte di scavo e lo ha colpito alla testa. È morto sul colpo. Un suo collega napoletano meno giovane, Vincenzo Gargiulo, è morto folgorato dalla stessa gru su cui stava lavorando. E tantissimi altri operai sono rimasti feriti, anche in modo grave.

I lavori per l’ammodernamento di questo inferno stradale sono iniziati quindici anni fa. Nel ’98 Enrico Micheli, allora ministro dei lavori pubblici del governo Prodi, prometteva deciso: «Nel 2003 siamo sicuri di completare l’aggiornamento di questa arteria fondamentale». Poi, insediatosi il governo Berlusconi, il Cipe spostava la data di fine lavori al 2005, mentreLunardi, più pessimista, prospettava il 2008, ma nel 2007 l’allora ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro prometteva che i lavori sarebbero stati completati entro il 2009. Nel 2009 i lavori continuavano ancora. Il ministro era Matteoli, che posticipava la loro conclusione al 2012, ma l’Anas lo correggeva: 2013. L’8 giugno scorso l’Anas ha confermato che, almeno in Basilicata, i lavori finiranno entro il 2013, ma c’è chi sostiene che per vedere davvero chiudere l’ultimo cantiere bisognerà aspettare addirittura il 2020.Intanto i costi sono quasi raddoppiati: da 5,8 miliardi di euro previsti nel 2002 a 10,2 miliardi nel 2010. Sergio Rizzo sul Corriere della Sera ha calcolato che per costruire ex-novo la Salerno-Reggio Calabria negli anni sessanta furono spesi 5 milioni di euro a chilometro. Oggi ammodernarla ci verrà a costare 22 milioni al chilometro.I risultati sono sotto gli occhi degli automobilisti: code continue, pochissime corsie di emergenza, cantieri infiniti che riducono la strada a una sequenza di strettoie, aree di servizio inesistenti. E voragini: basta un po’ di pioggia perché si aprano e impediscano ai viaggiatori di attraversare l’autostrada per ore. La protezione civile è di casa sulla Salerno-Reggio. Quasi tutto il territorio attraversato dall’A3 è a forte rischio idrogeologico. Quando piove, le frane sono all’ordine del giorno e le corsie si allagano.

Le responsabilità di questo disastro sono molte. Ci sono i rallentamenti sugli appalti e i subappalti, le gare truccate, i certificati antimafia che vengono revocati. C’è l’Anas che non paga le imprese. C’è un terreno argilloso che costringe a consolidare le gallerie di continuo metro per metro, via via che si scava, per arginare le infiltrazioni d’acqua. E soprattutto ci sono i clan che controllano ogni goccia di calcestruzzo versata. Chilometro dopo chilometro, per tutto il tragitto.

Lungo tutta l’autostrada, la ‘ndrangheta controlla appalti e subappalti. Persino il lavaggio delle lenzuola degli operai delle ditte del nord e del centro Italia che stanno eseguendo i lavori: anche quello finisce in mano alle aziende dei clan. E se una ditta vicino a una famiglia perde la certificazione antimafia e, quindi, il lavoro, subentra al suo posto quella di un’altra famiglia, che lascia i subappalti in mano alle stesse società di ‘ndrangheta che li avevano ottenuti prima.

Per gestire un controllo efficace su un’opera che attraversa confini criminali così diversi, c’è bisogno di mettersi d’accordo. Una sera a cavallo tra il 1999 e il 2000 le ‘ndrine si sono riunite in una contrada semideserta di Rosarno e hanno deciso: su ogni appalto avrebbero avuto diritto a una tassa ambientale, cioè a un pizzo, del 3 per centro. È una regola ferrea, che vale per tutti: appalti, subappalti, forniture. E gli imprenditori pagano. Quasi senza eccezioni. Il 3 per cento è il pizzo equo per tutti: dalle imprese più piccole ai colossi dell’edilizia come Impregilo Condotte. Sono stati proprio questi due giganti imprenditoriali a trovare il modo per pagare le ‘ndrine senza dover ricorrere a fondi neri.

Sulla Salerno-Reggio Calabria il pizzo viene iscritto a bilancio. Si chiama «costo sicurezza». Il dirigente di Condotte che ha inventato questa «strategia aziendale» (testuale) si chiama Giovanni D’Alessandro. «Io su quei margini che escono dai costi di gara, che sono stati forzati, ho inserito una nuova riga, cioè… in cui ho messo un costo fittizio di stima di un tre per cento sui ricavi e l’ho chiamato costo sicurezza Condotte-Impregilo».

Anche Impregilo pagava la ‘ndrangheta. Oggi è il general contractor che ha vinto la gara per il Ponte sullo Stretto di Messina, in altre parole l’azienda che dovrà materialmente costruirlo. E anche per il Ponte ha replicato l’alleanza con Condotte, un colosso delle costruzioni che nel bilancio consolidato del 2010 ha dichiarato un giro d’affari di oltre 740 milioni di euro e un utile netto di 7,6 milioni. Il prefetto di Roma gli avevarevocato il certificato antimafia proprio per le infiltrazioni mafiose nei lavori per la A3. Poi, però, Condotte ha vinto il ricorso al Tar, e oggi ha tutte le carte in regola per continuare a occuparsi dei più grandi appalti pubblici del Paese, Salerno-Reggio inclusa.

Nell’incontro di Rosarno i clan si accordarono anche su come spartirsi il bottino. Ogni ‘ndrina riscuote nel suo territorio di competenza. In provincia di Cosenza se ne occupano le famiglie di Sibari Ai clan del Capoluogo spetta la tratta che va da Tarsia fino a Falerna, all’altezza di Catanzaro. Poi subentrano i clan locali della zona di Lamezia, tra cui gli Iannazzo. Continuando a scendere, l’autostrada si riavvicina al mare all’altezza di Pizzo, dove comanda la cosca Mancuso.Quando si arriva nella piana di Gioia Tauro, si entra in un groviglio di interessi criminali e famiglie di ‘ndrangheta in cui la fanno da padroni i Pesce e i Bellocco di Rosarno, e i Piromalli, una delle più grandi cosche mafiose di tutta l’Europa occidentale. Ma è permesso prendere parte ai lavori anche a clan “minori”, come i Polistena.Da Villa San Giovanni in giù le famiglie locali dividono il loro 3 per cento con i gruppi di Reggio per evitare dissidi. Poco più a nord, invece, sotto Palmi, la spartizione dei soldi delle estorsioni ha causato molto più di qualche disputa. Ha scatenato una guerra di mafia. Una faida che ha visto da una parte i Bruzzise, dall’altra i Gallico che, insieme ai Morgante e agli Sciglitano, non accettavano che i loro avversari fossero stati autorizzati dal boss di Rosarno, Umberto Bellocco, a riscuotere il pizzo sui lavori nella zona di Seminara. Perché controllare i lavori dell’A3 a Palmi è più redditizio che in ogni altro luogo: ci sono ponti, gallerie, più lavori da fare. Un giorno qualcuno, forse il boss Antonino Pesce, disse a Giuseppe Gallico che alla sua famiglia era andata bene, che con l’autostrada a Palmi si sarebbero potuti «sistemare».

Furono gli Sciglitano a subire i primi attacchi, i primi due omicidi, nel 2004. Poi però reagirono, e i Bruzzise ebbero la peggio: cinque morti ammazzati in quattro anni. Solo per due di questi omicidi si è riusciti a dare un nome al mandante: il boss Giuseppe Gallico, oggi sotto processo a Palmi per concorso in omicidio.

Poco più a Sud, appena sotto Sinopoli, l’autostrada passa per Scilla, un paese di cinquemila anime di fronte allo Stretto di Messina. Lì a comandare è la famiglia Nasone. La loro specialità: le estorsioni. E la pirotecnica. Negli anni ottanta misero in piedi più di cento attentati dinamitardi: dopo ogni esplosione arrivava la richiesta estorsiva. E hanno continuato a farlo, anche per i lavori di ammodernamento della Salerno-Reggio Calabria.

Niente a Scilla deve sfuggire al loro controllo. Nemmeno i furgoncini dei panini. Rocco Callore voleva spostare il suo in una zona del porto dove i Nasone volevano mettere il loro. L’imprenditore aveva chiesto e ottenuto il permesso del Comune, ma non il loro. E la notte tra il 18 e il 19 febbraio scorsi i Nasone gli hanno bruciato il furgone.

Davanti alle forze dell’ordine Callore si è guardato bene dall’indicare sospetti su chi potesse essere stato. Ma suo figlio doveva saperlo bene, visto che pochi giorni dopo è andato a incontrare Francesco Nasone al bar della cosca nella piazza centrale del paese per «sistemare la situazione». In fondo suo padre e lui sono compari. Ma, per Nasone, Rocco Callore è uno di quelli che i legami di «comparato li usa al momento del bisogno». Nasone bussa tre volte per fare il verso a Callore: «Caro compare ho bisogno di questo! Ma poi il compare si dimentica». E minaccia: «Che non si senta che io brucio camion, o brucio macchine, o brucio porte o brucio cose: io affronto le cose faccia a faccia, fino a quando campo io! Fino a che campiamo noi, noi ragioniamo così!».

A fare le spese più pesanti del racket dei Nasone, però, è stata laFondazioni Speciali S.p.A., che ha ottenuto un subappalto per eseguire dei lavori di consolidamento per 850 mila euro sulla A3 all’altezza di Scilla. Hanno aperto i cantieri a luglio del 2011 e in meno di due mesi hanno subito tre danneggiamenti. Il 28 agosto a un impiegato della ditta viene danneggiata l’auto privata. Il capocantiere, che ha capito bene cosa sta succedendo, gli consiglia di «non parlare troppo», di non dire in giro che lavora per la Fondazioni Speciali. «Tu devi fare una cosa Salvo, quell’adesivo che gli hai messo cosi bello carino che si vede lì glielo devi togliere». Spiega, il capocantiere, che prima, quando non serviva, di fronte al recinto c’era una postazione dell’esercito, e che ora che servirebbe come protezione l’hanno rimossa.Poi, per diversi mesi, le acque sembrano essersi calmate. Non per merito, però, delle denunce contro ignoti ai carabinieri: pochi giorni dopo quelle intimidazioni, la Fondazioni Speciali ha accettato di rifornirsi dal bar dei Nasone in paese per la colazione degli operai. Fino a dicembre.Il 3 marzo scorso, allora, il giorno dopo avere messo in piedi un’intimidazione a un’altra ditta che lavorava su altri cantieri dell’autostrada, la cosca si riunisce al solito bar per progettare un nuovo attentato alla Fondazioni Speciali. Gli uomini del clan hanno già fatto dei sopralluoghi, hanno studiato i mezzi per scegliere quale danneggiare. Alla fine decidono di togliere i freni a un compressore e lasciarlo cadere giù per un dirupo. «Là ci sono le ruote, ci sono due pietre. Togli quelle pietre; di qua davanti ha una levetta (incomprensibile) freno a mano (incomprensibile) precipitano di sotto nella strada. Che cazzo ce ne fottiamo!».

Poi pianificano una via di fuga coi motorini, semmai qualcuno capitasse nei paraggi. E una scusa nel caso dovessero essere colti in flagrante. E se i carabinieri non dovessero credere loro, nessun problema: «Che mi interessa? Gli faccio scoppiare in aria!». L’obiettivo della missione è costringere l’azienda a trattare. L’intimidazione deve essere abbastanza grande da spingere gli uomini della Fondazioni Speciali a farsi vivi con i boss. «Io voglio almeno che andiamo al fine di farli venire. Non che io vado e loro dicono: sono stati ragazzini di due anni. Dev’essere un lavoro bello, in maniera da scendere», da farli venire a negoziare. «E se non vengono?». «E se non vengono glieli bruciamo».

Quella notte, il compressore liberato dai freni si schianta contro uno spartitraffico in cemento. La mattina dopo, gli operai della ditta lo trovano semidistrutto. Sopra c’è una bottiglia di plastica piena di una sostanza liquida, tutta avvolta da un nastro da imballaggio marrone. Sembra un ordigno pronto a esplodere, ma la miccia è finta. Serve solo a spaventare.Gli uomini della ‘ndrina però non sono soddisfatti. Quel macchinario non doveva finire sul guard rail: secondo i piani sarebbe dovuto cadere di sotto, nella scarpata. «Non valiamo nulla. Anzi, soprattutto tu non vali niente, perché io – ride, spaccone – io sarei andato. Che cazzo me ne sarebbe fottuto? Io non ho problemi con l’altezza. Io se mi devo buttare da una montagna, mi butto, non ho paura di buttarmi. Posso rompermi le gambe qualche volta. Lì sai cos’è stato? Non è caduto di sotto! Se fosse caduto lì sotto mi sarei divertito di più io!».
Quell’intimidazione non basta a ridurre la ditta a farsi viva. Bisogna tornare sul cantiere. La notte tra l’8 e il 9 marzo alla Fondazioni Speciali viene danneggiato un altro macchinario. Un semaforo finisce sotto la scarpata.Da un po’ di giorni, però, una microspia, che la Procura di Reggio Calabria aveva fatto installare nel bar, stava registrando tutti i colloqui dei boss. Gli inquirenti avevano potuto assistere in diretta al lavoro quotidiano di soprusi ed estorsioni della ‘ndrangheta. Potrebbero continuare a registrare per raccogliere altre prove. Ma c’è un imprevisto. Una talpa tra le forze dell’ordine ha avvertito i Nasone delle indagini in corso. A dire il vero, che ci fossero indagini in corso su di loro e che i magistrati fossero intenzionati a farli arrestare, i Nasone lo sapevano già da novembre. Lo era venuto a sapere Domenico Nasone e lo aveva raccontato a sua cugina Annunziatina che aveva avvertito suo fratello, Giuseppe Fulco, in carcere, dov’era andata a fargli visita accompagnata dalla madre.

Nel verbale di questo colloquio, finora inedito, avvenuto nel carcere di Benevento l’11 novembre scorso e filmato a loro insaputa, la madre dice al figlio detenuto che «è tutto registrato». «Pure in cella», aggiunge la sorella. «Non devi aprire né bocca né niente», lo avvertono.

ANNUNZIATINA FULCO: Quel fatto che ti avevo raccontato io!
GIOIA VIRGILIA NASONE: Tutto
GIUSEPPE FULCO: Uhm
ANNUNZIATINA: Quello che ti ho raccontato io! Che fanno … che volevano fare a Scilla?
GIOIA: (coprendosi la bocca con le mani profferisce) È tutto registrato! 
GIUSEPPE: Come cazzo devo fare i colloqui?
ANNUNZIATINA: Che mi arrestano pure a me! (ride)
GIUSEPPE: E chi te l’ha detto a te?
ANNUNZIATINA: Lo sanno tutti! (incomprensibile) a meno che … gliel’ho detto io non c’era niente di quello che abbiamo che… (omissis) Pure in cella! 
GIUSEPPE: Pure?
GIOIA: Sì, di non aprire né bocca e né niente!
GIUSEPPE: Chi te l’ha detto?
GIOIA: (gesticola facendo capire qualcosa al figlio)
ANNUNZIATINA: Tutti … eh … eh … noi non sappiamo!
GIUSEPPE: Chi l’ha detto?
ANNUNZIATINA: (parla vicino all’orecchio di Giuseppe) MIMMO! (omissis)
GIUSEPPE: E quindi c’è (gesticola con le mani come per dire che sono controllati/intercettati in qualsiasi modo e posto)
ANNUNZIATINA: Sì in tutto!

GIOIA: Sì!
ANNUNZIATINA: Completamente!
GIOIA: Dalla A alla Z!
Non è la prima volta che a Reggio Calabria si scoprono infiltrati dei clan nelle istituzioni. Quando nel 2008 fu trovata una microspia nell’ufficio del pm Nicola Gratteri, gli investigatori sospettarono subito che a nasconderla potesse essere stato un altro magistrato. «Di talpe probabilmente ce n’è stata più di una», aveva detto Ilda Boccassini alla conferenza stampa di presentazione dell’inchiesta Crimine. In quell’operazione sull’asse Milano-Reggio Calabria furono arrestati, per questo motivo, Giovanni Zumbo, un commercialista sedicente appartenente ai Servizi, ritenuto attendibile dai pm, e il gip di Palmi Giancarlo Giusti. Proprio il 26 marzo scorso i poliziotti della Squadra Mobile di Reggio Calabria hanno arrestato un loro collega accusato di avere informato un uomo ritenuto vicino alla cosca Caridi della presenza di microspie nascoste nella sua auto.
La conferma dell’esistenza di una talpa che teneva aggiornato il clan Nasone sull’evoluzione delle indagini, gli inquirenti la hanno il 23 febbraio, quando due affiliati, Pietro Puntorieri e Francesco Libro, si incontrano nel bar della cosca. Il primo racconta all’altro che il “capo”, Francesco Nasone, li ha avvertiti che gli inquirenti stanno li stanno indagando e controllando per poi arrestarli alla prima occasione utile. La microspia della Procura registra tutto. Ecco il verbale della loro conversazione, che AgoraVox pubblica integralmente per la prima volta.
PIETRO PUNTORIERI: (… Franco Nasone) mi fa: “Qualche giorno di questi … non uno … erano questo qua … questo di là … questo di qua … e ci menano … associazione. Fanno quell’articolo (incomprensibile) con il 416-bis ci possiamo andare a ricoverare!” (omissis) E ci ha spiegato tutto. Un bordello di cose ci ha spiegato! (…) Un bordello. E noi zitti Non abbiamo detto nemmeno una parola! Ha preso le cartelle … sue!
FRANCESCO LIBRO: Ah?
PUNTORIERI: Ha preso le cartelle sue: “Vedi? Vedi qua? Solo con (incomprensibile) e lettere(incomprensibile) qua … ed hanno scritto! (…) E che facevano? Niente, una parlata! Associazione! (incomprensibile) persone.” Uno (incomprensibile) sedici, uno (incomprensibile)ventidue… il minore è quattro anni! (incomprensibile) “Vi sto dicendo che dobbiamo stare calmi. Non è che non la dobbiamo fare una cosa, la facciamo. Però dobbiamo stare calmi! Non vedete il bordello che c’è?” (incomprensibile) una faccia!
LIBRO: (…) Vanno cercando questo. Vanno cercando questo: la miccia.
PUNTORIERI: “Vedi, che ti sembra, ora, perché non c’è niente, che puoi. Ti sembra che non sono usciti, che non stanno facendo niente? Stanno indagando qua, quattro (incomprensibile)!Questo con questo, questo con questo… e stanno vedendo i movimenti che facciamo. Loro ci vedono, pure che non ci sono (incomprensibile) dove cazzo vai? Poi scrivono… che cazzo se ne fottono! Tanto scrivono… mandato di cattura, e ti fai due anni. E poi lo vediamo se sei assolto o meno!”
A quanto pare, però, non si aspettavano una cimice proprio nel loro quartier generale. Dopo diversi giorni, gli investigatori decidono di sospendere l’ascolto ed entrare in azione. È troppo pericoloso. Gli ‘ndranghetisti potrebbero venire a sapere della cimice nel locale e scappare prima di essere arrestati. Lo scorso 30 maggio i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria hanno arrestato dodici persone del clan, comprese tutte quelle che avevano partecipato alle estorsioni e alle conversazioni nel bar di Scilla. E poi hanno sequestrato i beni della cosca: 32 immobili, conti correnti, polizze assicurative e altri prodotti finanziari per un totale di milioni di euro. I giudici hanno ordinato l’amministrazione giudiziaria anche per il bar della cosca in cui sono avvenute tutte le riunioni e dove è stata nascosta la microspia che le ha registrate.
Secondo le informazioni in possesso di AgoraVox, la Procura di Reggio Calabria ha aperto un fascicolo di indagine top secret per favoreggiamento al clan Nasone da parte di esponenti delle forze dell’ordine. Non è possibile sapere se, ad oggi, ci siano già state iscrizioni nel registro degli indagati o se si stia ancora procedendo contro ignoti. Gli inquirenti stanno conducendo le indagini per identificare l’infiltrato, o gli infiltrati, della ‘ndrina nelle istituzioni con il massimo riserbo e, data la situazione, con un’attenzione particolare alla segretezza, e non lasciano filtrare indiscrezioni.Intanto venerdì scorso, 15 giugno, alla conferenza stampa di presentazione del “decreto sviluppo”, il ministro dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture e dei Trasporti, Corrado Passera, annunciava giulivo la sua ricetta innovativa per riavviare la crescita economica del Paese: la Salerno-Reggio Calabria. E, per non essere da meno dei suoi predecessori, si è anche avventurato in una promessa: «Entro la fine dell’anno prossimo tutti i cantieri della Salerno-Reggio Calabria saranno completati. Ci metto la faccia». Non una parola su come affrontare le infiltrazioni criminali nei cantieri. E i dati ufficiali dell’Anas promettono meno bene di Passera: in quattordici anni dall’avvio dell’ammodernamento della A3 sono stati terminati appena il 56 per cento dei lavori. Il resto manca ancora all’appello. Più di un cantiere su dieci non è nemmeno stato avviato. E, nonostante le tante inchieste giudiziarie, la ‘ndrangheta continua comandare.